Il monito del vescovo: «Dire no al vaccino significa non essere cristiani»

Martedì 2 Marzo 2021 di Elisa Barion
Il vescovo di Adria-Rovigo Pierantonio Pavanello
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LA TESTIMONIANZA - Un anno di Covid. Un anno che ha messo il mondo di fronte a nuove sfide: sanitaria, prima di tutto, ma anche sociali, economiche, etiche e religiose. Tanti sono gli spunti di riflessione che in questi mesi sono arrivati dal vescovo di Adria e Rovigo Pierantonio Pavanello, che fra l’altro, ha vissuto in prima persona l’esperienza del contagio. E ora, con l’arrivo dei vaccini, una nuova speranza e una sottolineatura forte: l’antivaccinismo non si concilia con l’essere buoni cristiani. È l’anniversario della comparsa del Covid in Polesine, un virus che ha segnato duramente la vita di tutti, tanto che anche la vita liturgica è stata pesantemente stravolta.


SPERANZE SVANITE
«Un anno fa non potevamo prevedere la lunghezza e la gravità dell’emergenza sanitaria. Pensavamo che nel giro di un mese o due tutto sarebbe passato e saremmo tornati a vivere come prima. Le cose sono andate in modo molto diverso: non una parentesi, ma una vera e propria rottura che ci segnerà in modo indelebile per il futuro. Questo è vero anche per la vita della Chiesa: la sospensione delle celebrazioni con il popolo è stato uno degli aspetti che ha segnato quest’anno. Del resto la vita cristiana è fatta di relazioni, è per sua natura comunitaria, richiede vicinanza e condivisione. Le restrizioni ci hanno spinto a cercare forme nuove di condivisione e di incontro. Tuttora siamo messi alla prova, perché da un lato le precauzioni contro il contagio ci portano a ritirarci e a chiuderci in noi stessi, dall’altro comprendiamo che in questo modo veniamo meno alla nostra identità di cristiani e alla nostra missione. È importante, però, che anche la Chiesa abbia condiviso la sofferenza e la fatica della comunità: per questa condivisione può dire una parola significativa a quanti cercano motivi di fiducia e di speranza».
Lei ha provato il contagio. Come l’ha vissuto?
«Fortunatamente il Covid non mi ha colpito in forma grave, anche se ho potuto sperimentare sulla mia pelle quanto questa malattia sia subdola e insidiosa: ti aggredisce quando meno te lo aspetti. Farne esperienza aiuta a capire il dramma di chi si ammala e dei suoi familiari, e l’importanza di fare tutto il possibile per bloccare il contagio. Non è una malattia come le altre: non si limita a colpire il singolo, ma tocca le relazioni sociali e ti isola. Nella malattia ho avuto modo di provare la generosità e l’attenzione di chi cura i malati: personalmente ho sentito tanta vicinanza e partecipazione. Veramente l’epidemia è occasione per ritrovarsi più uniti e solidali».
Nella vita di comunità, cosa c’è di diverso oggi rispetto a un anno fa e come pensa che la pandemia ci abbia cambiati?
«La vita sociale è stata profondamente limitata: soprattutto chi è più fragile, penso ai ragazzi e ai giovani. Molte persone rischiano di rimanere come paralizzate in quanto non riescono a riprendere un minimo di vita sociale. Non sarà semplice e spontaneo riprendere a vivere insieme in società, Ci sarà bisogno di una sorta di riabilitazione sociale. Allo stesso tempo, le limitazioni che abbiamo subìto fanno sentire maggiormente il bisogno di comunità: mi auguro che l’individualismo sfrenato degli ultimi decenni lasci il posto a uno stile più comunitario, che ci permetta di sentirci verranno connessi gli uni con gli altri».
Oggi c’è la prospettiva del vaccino come strumento di difesa dal virus, anche se sembra essere accolto con freddezza o addirittura, rifiuto da parte di alcuni. Qual è la sua valutazione?
«Non ho dubbi che il vaccino sia lo strumento principale che ci consentirà di uscire dall’epidemia: ne abbiamo la prova vedendo come nei Paesi che sono più avanti nella vaccinazione: il contagio è calato in modo drastico. Credo anche che vaccinarsi sia un dovere etico: su questo la posizione della Chiesa è chiarissima a partire dall’insegnamento di Papa Francesco. Ci sono gruppi di impostazione fondamentalista che la pensano diversamente: chi si oppone al vaccino con motivazioni etiche e religiose, rifiuta la dottrina della Chiesa cattolica. Come per tutti i farmaci, è naturale ci siano paure e riserve: nessun farmaco è privo di controindicazioni ed effetti collaterali, ma non per questo rinunciamo ai benefici che i medicinali ci possono dare. Per superare paure e riserve è necessario non basarsi solo su motivazioni di carattere emotivo, ma avere un approccio razionale, fondato su una informazione seria. Dio ha dato all’uomo la ragione: anche la scienza è frutto di questo dono di Dio ed è saggio utilizzarne le scoperte e quanto ci mette a disposizione per il bene dell’umanità».
C’è un messaggio o un insegnamento che ritiene ogni persona debba fare proprio?
«Mi sembra che il messaggio più forte che possiamo trarre da questa prova è la profonda unità del genere umano. Non possiamo più pensarci a prescindere dagli altri uomini, non solo i vicini, ma anche i lontani. Davvero “siamo tutti sulla stessa barca”. La guarigione dell’umanità passa per una conversione profonda che ci porti a vivere la fraternità universale. Fraternità è molto di più di una convergenza d’interessi: è riconoscere che proveniamo tutti da una stessa origine e che nessuno ci è estraneo. La fede cristiana alimenta questa consapevolezza e ci dà la forza per trasformarla in realizzazioni concrete, perché credere in un Dio che è padre di tutti ci spinge a vivere da veri fratelli».
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Ultimo aggiornamento: 08:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA