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Precarietà, sfruttamento e salari bassissimi: braccianti in fuga dal Polesine

Martedì 2 Agosto 2022
Braccianti in fuga dal Polesine
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ROVIGO - Tra il 2020, primo anno segnato dalla pandemia, e il 2021 atteso come inizio della ripresa, le assunzioni nel settore primario sono diminuite in Veneto da 80.575 a 72.955 (-9,5%) secondo la domanda di lavoro dipendente per settori. In Polesine, in particolare, il calo è stato ancor più evidente rispetto alla media regionale: -12% perché si è passati da 8.415 assunzioni nel 2020 (di cui 4.680 lavoratori stranieri) a 7.395 (con 4.205 stranieri, -475). Dai dati di Veneto Lavoro si vede anche che in provincia di Rovigo la quota degli addetti stranieri nel settore primario (56,9% nel 2021) è di poco superiore alla media veneta (56,5%). E poi, che il 99% dei contratti è a tempo determinato. Di questo e molto altro si è parlato al recente congresso regionale e territoriale che Uila-Uil, il sindacato del settore agroalimentare, ha svolto a San Giovanni Lupatoto (Vr). È stato evidenziato anche che nel 2020 la Regione ha stimato al 14% la quota di lavoro irregolare nel settore agricolo: risultato inferiore al 24% della media nazionale, ma più alto degli altri comparti in Veneto (9% in media).

GLI STRANIERI SE NE VANNO

«Eccessivo utilizzo della flessibilità e salari fermi da 20 anni. Il risultato sono i fenomeni di sfruttamento e la fuga dei braccianti dai nostri territori», individua l’organizzazione sindacale, che ha confermato Giuseppe Bozzini segretario regionale. «Dai dati - spiega Bozzini - emerge che in Veneto la raccolta, i lavori nei campi e nelle tante attività legate alla lavorazione, sono svolti sempre più da lavoratori stranieri e immigrati, ritenuti dalla politica, e a volte anche da alcune associazioni di categoria, un fattore invasivo e nello stesso tempo necessario come manodopera, da utilizzare e pagare con voucher. Il risultato è aver prodotto fenomeni di sfruttamento e fuga di lavoratori dai nostri territori: in particolare, i lavoratori dell’Est europeo si stanno spostando in altri Stati della Comunità europea, dove accoglienza e salari sono migliori».  Così, prosegue Bozzini, “le difficoltà a reperire manodopera stanno caratterizzando il mercato in tutto il Veneto. E il rischio è che la difficoltà si manifesti anche nelle aziende alimentari, per l’eccessivo utilizzo dei contratti a termine, il ritmo logorante delle catene degli impianti di produzione”. Al contrario, aggiunge, “parametri come la qualità del lavoro, le compatibilità ambientali, l’innovazione e le competenze professionali dovrebbero essere obiettivi contrattuali sostenuti e incentivati anche fiscalmente”.

LA QUESTIONE CLIMATICA
Bozzini non dimentica che “i problemi legati al clima e all’ambiente, e le pandemie come Covid, aviaria e peste suina, hanno evidenziato la necessità di cambiare nel fare agricoltura, che non va più pensata solo in termini economici, ma come attività fondamentale per la salvaguardia della vita e il rispetto della natura”. Bozzini rileva che “a oggi il 40% delle aziende agricole non ha ancora adottato alcuna delle tecnologie esistenti che permettono di aumentare la produttività e ridurre il consumo di risorse primarie, come acqua ed energia, nonostante il rialzo dei costi dovrebbe spingere ancora più in questa direzione”. E davanti agli effetti dei cambiamenti climatici, “sarà sempre più importante l’operato dei consorizi di bonifica”.

LA FILIERA ITTICA 
Il Polesine, ricorda Uila-Uil, secondo il Registro delle imprese 2020, conta 4.726 unità agricole attive (l’8% del totale regionale). Mentre sono attive nell’industria alimentare 227 imprese (quota del 6%) sulle 3.693 in Veneto. Il Polesine domina invece la classifica nella filiera ittica: 2.192 aziende pari al 56% delle 3.857 del comparto regionale.
 

Ultimo aggiornamento: 14:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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