Green pass, aziende in fibrillazione tra obblighi, controlli, costi e i soliti "furbi"

Giovedì 14 Ottobre 2021 di Federica Broglio
Green pass, aziende in fibrillazione tra obblighi, controlli, costi e i soliti "furbi"

ROVIGO - Non è un problema di quantità, ma di ruoli ricoperti. Se chi non si presenta al lavoro perché sprovvisto di Green pass è una figura apicale o strategica, si mette in difficoltà l’intera azienda».
Paolo Armenio, vicepresidente di Confindustria di Venezia e Rovigo, sembra preoccupato della scadenza di domani e si aspetta più di qualche sorpresa all’ingresso delle fabbriche. «Stiamo facendo incontri propositivi anche con il sindacato, ma purtroppo non abbiamo i numeri di quanti siano i possessori della certificazione, quindi ci possiamo aspettare di tutto. Anche che siano in molti a presentare un certificato medico. E questo potrebbe essere un aspetto che non è stato preso in considerazione. Ritengo sia fondamentale il ruolo dei medici di base in questo senso e che anche l’Inps, se rileva un’impennata anomala di casi di malattie, avvii una serie di controlli e verifiche».

I NO PASS PAGHINO

Il vicepresidente Armenio non usa mezzi termini, da sempre l’associazione si è dichiarata favorevole ai vaccini e a fianco del Governo sulla campagna di prevenzione contro la pandemia, ma non fa sconti a chi non è in regola con il Green pass. A prescindere dalla libertà personale di decidere se vaccinarsi o no, non ritiene giusto che a farne le spese siano l’azienda e gli altri lavoratori. «Se possono lavorare è grazie a quell’80% di colleghi che esibiscono il Green pass, per cui non ritengo corretto che a pagare il tampone debba essere il datore di lavoro. Però non so quanti al giorno d’oggi possano permettersi di stare senza stipendio e senza accantonamento ferie e contributi solo per non sottoporsi al tampone. Non faccio una questione di discrimine tra chi può permetterselo e chi no, ma solo di principio. Il Green pass è obbligatorio, ci si deve adeguare, senza ricadute sugli altri».

L’ALLARME DEI “PICCOLI”

Se da un lato le grandi aziende possono avere la capacità economica per affrontare anche questa nuova difficoltà, lo stesso non vale per le imprese artigiane. «È vero che è consentito sostituire chi non si presenta con il Green pass - fa notare Andrea Trombin, direttore della Confartigianato - ma il problema è che non si trovano sul mercato le professionalità adeguate». In associazione arrivano segnalazioni da imprenditori che hanno bisogno di carpentieri, vetrai, saldatori, lavoratori specializzati praticamente introvabili. «Sobbarcarsi un tampone ogni due giorni per fare in modo che i propri dipendenti possano lavorare, per un artigiano è una spesa non sostenibile - afferma Trombin - siamo sommersi dalle telefonate, perché se anche si controlla il Green pass, non è possibile sapere se derivato da tampone, da prima o seconda dose di vaccino e poiché i controlli vanno fatti a campione, non possiamo nemmeno controllare se qualcuno è entrato senza una garanzia anti Covid».
Per la Confartigianato, dunque, il problema è che «si è riversata su altri la responsabilità dei controlli - continua il direttore - senza avere un’autorità ispettiva». E non potendo chiedere la carta d’identità al momento della verifica del Green pass, nelle aziende con pochi dipendenti dove tutti si conoscono non ci sono rischi, in quelle da 200 dipendenti potrebbero presentarsi i soliti “furbetti”. Gli imprenditori artigiani sono comunque sul piede di guerra, ma non si espongono in proteste esplicite per timore di essere poi controllati. Un modo per aggirare il problema ci sarebbe e lo ha spiegato un imprenditore che non vuole apparire. In una azienda di cinque dipendenti, per esempio, di cui due con Green pass e tre senza, al momento dei controlli, poiché sono a campione a carico dell’azienda, basta dichiarare di aver verificato proprio quelli con la certificazione in regola. Un modo non per eludere la normativa, ma per non chiudere e sopravvivere, dicono.

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