Foto pedopornografiche nei computer e su una "chiavetta": condannato

Venerdì 10 Gennaio 2020 di Francesco Campi
Il tribunale di Rovigo
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CASTELMASSA - Una chat erotica con una ragazza di Sermide, con invio di foto. Lei, all’epoca, era minorenne. Lui, invece, nato a Ostiglia, ma residente a Castelmassa, aveva 25 anni. Era il 2013 e due anni dopo questo scambio era stato oggetto di un’indagine dei carabinieri di Gonzaga, che avevano sequestrato a casa del giovane un computer fisso, un portatile e una memoria esterna, una “pen drive”, dai quali un consulente informatico della procura di Brescia ha fatto emergere oltre 30mila immagini ritenute di natura pedopornografica.
La vicenda dello scambio di immagini con la ragazzina di Sermide è stata archiviata dalla Procura di Mantova, perché sarebbe emerso che lei si fosse dichiarata maggiorenne e che questo apparisse credibile, nonché che non vi fossero state costrizioni nel farle inviare le foto nuda, che aveva mandato spontaneamente. Per il materiale trovato nelle memorie informatiche, però, si è sviluppata un’ulteriore indagine per detenzione di materiale pedo-pornografico della Procura di Brescia, perché si tratta di materia che è competenze delle Procure distrettuali. Tanto che poi, per competenza territoriale, visto che il sequestro è avvenuto in Polesine, il fascicolo è stato trasferito alla Procura di Venezia. Il tutto, dopo il vaglio del giudice per le indagini preliminari, è poi sfociato in un processo, che si è concluso ieri di fronte al Collegio del Tribunale di Rovigo. Secondo l’accusa, rappresentata in aula dal pubblico ministero della Procura veneziana Elisabetta Spigarelli, sarebbe risultata provata la consapevolezza nel detenere materiale pedopornografico, al punto che aveva chiesto la condanna dell’imputato, il 31enne Nicola Pellicciari, a 3 anni e 6 mesi, mentre secondo la difesa, affidata all’avvocato Marco Petternella, questo non sarebbe stato affatto provato.

Le due diverse posizioni sono state espresse con chiarezza dai due testimoni ascoltati nell’udienza di ieri, prima della discussione e della sentenza, entrambi informatici forensi, il consulente tecnico della Procura di Brescia e quello della difesa. Per il primo, infatti, data la mole di file di tipo pseudopornografico, alcuni anche con bambini molto piccoli, in età prescolare, 25mila immagini nel pc, 5mila nel portatile e 825 nella pennetta, sarebbe stato difficile sostenere la tesi dell’inconsapevolezza. Il consulente della difesa ha spiegato come il download massiccio possa portare a scaricare anche involontariamente contenuti che poi si rivelano pedopornografici. Anche copiando su altri supporti intere cartelle senza conoscerne il contenuto, può far transitare file ignoti. Fra l’altro, ha aggiunto, alcune delle foto catalogate come pedopornografico non lo sarebbero state. Soprattutto, ha evidenziato il fatto che si trattava di foto che erano state cancellate dai due computer, quindi non più nella disponibilità dell’imputato. Le foto, infatti, erano state poi recuperate dal consulente tecnico della Procura grazie a due programmi di analisi forense, costosi e di difficile utilizzo: per un utente, anche con buone capacità informatiche, sarebbe stato impossibile fruirne, quindi l’ipotesi della detenzione in senso stretto non sarebbe stata applicabile.
La sentenza del Collegio, presieduto dal giudice Angelo Risi, con Silvia Varotto e Sara Zen giudici a latere, è stata di parziale accoglimento dell’accusa, perché il 31enne è stato condannato, ma a un anno, sospeso con la condizionale.

Ultimo aggiornamento: 15:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA