Uccise il padre col machete davanti alla fidanzata: giovane sinti condannato col rito abbreviato a 9 anni e 4 mesi

Mercoledì 25 Maggio 2022 di Francesco Campi
Uccise il padre col machete davanti alla fidanzata: giovane sinti condannato col rito abbreviato a 9 anni e 4 mesi
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ROVIGO - «Dov’è tuo marito che lo ammazzo. Adesso vi ammazzo tutti, ammazzo te, tuo marito e anche i bambini». Queste, secondo gli atti d’indagine,  le frasi che l’allora 17enne Patrick Cavazza avrebbe urlato alla madre prima dell’uccisione del padre Edis, detto Chicco, 45enne sinto, disoccupato, morto per l’emorragia provocata da un colpo ferrato dal figlio alla clavicola sinistra con un machete di quasi mezzo metro, verso le 19.30 del 4 febbraio dello scorso anno, nel campo dove viveva con tutta la famiglia, a Sant’Apollinare, frazione alle porte di Rovigo.

Oggi il giovane è stato condannato con rito abbreviato a 9 anni e 4 mesi per omicidio, già al netto dello sconto di un terzo della pena. La richiesta del pm Giulia dal Pos era stata di una pena finale di 14 anni. Il parricidio si è consumato in un clima di violenza e degrado, come emerso  dalle testimonianze e dagli atti d’indagine del processo parallelo, quello all’allora fidanzata del giovane, la 27enne Annalisa Guarnieri, di Adria, che l’11 febbraio scorso è stata condannata in primo grado dalla Corte d’Assise del Tribunale di Rovigo a 21 anni di reclusione per omicidio in concorso, perché secondo l’accusa formulata nei suoi confronti dal pm Maria Giulia Rizzo, che ha coordinato le indagini della Mobile rodigina, non solo sarebbe stata lei a procurarsi due machete, uno dei quali utilizzato dal fidanzato per colpire il padre, comprandoli in una tabaccheria, ma avrebbe anche “rafforzato l’intento criminoso” del ragazzo spronandolo a reagire alle prevaricazioni del genitore, oltre a tenere a bada con un coltello la madre ed i fratelli che si trovavano in una delle roulotte, minacciandoli in modo che non intervenissero a dividere padre e figlio, nel momento in cui l’omicidio si è consumato.

Poi, i due erano fuggiti sull’auto della vittima verso l’abitazione del padre di lei, nel vicino paese di Ceregnano, dove, appena tre ore dopo, era scattato il fermo da parte della Mobile.

Il percorso giudiziario dei due fidanzati si è subito separato in virtù della differenza d’età, visto che per Patrick non ancora 18enne al momento del fatto, tutto è finito a Procura e Tribunale dei minori di Venezia. Il suo difensore, l’avvocato Alberto Zanner, con la scelta del rito abbreviato è riuscito a veder accolta la richiesta del di sottoporlo a perizia, per valutare maturità e capacità di intendere e volere. E nell’udienza dello scorso 9 marzo, il consulente aveva relazionato sulla perizia. «La conclusioni del perito del Tribunale – spiega l’avvocato Zannier - anche a seguito di test neuropsichiatrici, sono state molto chiare, si parla di un’incapacità di intendere e volere totale, di una personalità non formata e quindi dell’impossibilità di accertarne i relativi disturbi, e di una capacità intellettiva ridotta, inferiore a quella di un quattordicenne». Alla luce di questo, il legale si dice «perplesso per il fatto che il Tribunale si sia discostato dalla perizia del proprio consulente, tanto più in un processo ad un minore, necessariamente da recuperare e rieducare e non con 9 anni di carcere: voglio capire bene le motivazioni della sentenza, quando verrà pubblicata fra 90 giorni, perché sarà inevitabilmente oggetto di appello». L’omicidio si è consumato a pochi metri dal campo dove la famiglia viveva in condizioni estremamente marginali. Secondo la versione della fidanzata, il machete che lei stessa aveva comprato insieme ad un altro identico, «per tagliare gli arbusti e fare pulizia nel campo», sarebbe stato utilizzato da Patrick per tenere a bada il padre, ma un movimento scomposto dell’uomo avrebbe portato la lama a conficcarsi nella carne. Secondo l’accusa, invece, il colpo sarebbe stato sferrato da dietro, mentre il 45enne correva verso la casa dei vicini, scappando dal figlio. L’arrivo dell’uomo al campo, sarebbe stato sottolineato dalla grida della ragazza: «È arrivato, è arrivato». Quasi che incitasse il 17enne a scagliarsi contro di lui, cosa che avrebbe fatto urlando, appunto: «Adesso lo ammazzo». Per questo era stata contestata ad entrambi la premeditazione, caduta però in tutte e due le sentenze, inquadrando l’uccisione come un raptus al culmine di un litigio fra padre e figlio, non il primo, visto che il rapporto fra i due erano tesi e violenti da tempo e non aiutati dalla dipendenza per l’alcol del 45enne.

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