Veneto, partite Iva in agonia: tra botteghe artigiane e negozi perse 2.800 attività

La situazione più critica si è verificata a Rovigo, male anche Belluno

Sabato 7 Maggio 2022
Veneto, partite Iva in agonia: tra botteghe artigiane e negozi perse 2.800 attività

MESTRE - Ormai è una lenta agonia quella che sta vivendo il mondo del lavoro autonomo. Gli effetti economici provocati dal Covid sono stati molto pesanti. In Veneto, dalla fine del 2019 allo stesso periodo del 2021, le due categorie più importanti che caratterizzano il popolo delle partite Iva, vale a dire gli artigiani e i piccoli commercianti titolari di attività di vendita al dettaglio, sono diminuite complessivamente di 2.802 unità, di cui 1.173 piccoli negozi (-2,6%) e 1.629 botteghe artigiane (-1,3%). Se poco più di 2 anni fa c’erano oltre 125.500 imprese artigiane, all’inizio di quest’anno sono scese a poco meno di 124 mila. Più pesante è stata la contrazione dei piccoli negozi commerciali. Prima della pandemia erano quasi 44.800, due anni dopo sono scesi a poco meno di 43.600.

A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA. A livello provinciale veneto, la situazione più critica si è verificata a Rovigo. In termini percentuali, sempre in questi 2 ultimi anni gli artigiani sono diminuiti del 5,4% (in valore assoluto -337), i piccoli negozi addirittura del 6,3% (-154). Male anche Belluno: -2,2% gli artigiani (-103), -3,3% i negozianti al dettaglio (-57). Si segnala, altresì, che quando si analizza la nati mortalità delle imprese, il dato di stock non coglie un aspetto importante. Ovvero, che le aziende che chiudono spesso sono strutturate organizzativamente (hanno dipendenti, storia, esperienza lavorativa, etc.), mentre quelle che nascono nella stragrande maggioranza dei casi sono costituite dal solo titolare e con nessuna esperienza imprenditoriale alle spalle.

Colpiti i più fragili e gli indifesi

Questi dati dimostrano inequivocabilmente che il deterioramento del quadro economico causato dal Covid in questi ultimi 2 anni ha colpito i lavoratori più fragili, quelli senza alcuna tutela, quelli privi di alcun ammortizzatore sociale; vale a dire la parte più debole del nostro mercato del lavoro. Ovvero, gli artigiani, i piccoli commercianti, le partite Iva, tanti giovani liberi professionisti che a fronte dei ripetuti lockdown e della conseguente caduta dei consumi interni sono stati costretti a gettare definitivamente la spugna.

I rincari di luce e gas li pagano 2 volte

L’aumento esponenziale dei prezzi, il caro carburante e quello delle bollette potrebbero peggiorare notevolmente la situazione economica di tantissime famiglie, soprattutto quelle composte da autonomi. Nel ricordare che anche in Veneto il 70 per cento circa degli artigiani e dei commercianti lavora da solo, ovvero non ha né dipendenti né collaboratori familiari, moltissimi stanno pagando due volte lo straordinario aumento registrato in questi ultimi 6 mesi dalle bollette di luce e gas. La prima come utenti domestici e la seconda come micro imprenditori per riscaldare/raffrescare e illuminare le proprie botteghe e negozi. E nonostante le misure di mitigazione introdotte in questi ultimi mesi dal Governo Draghi, i costi energetici sono esplosi, raggiungendo livelli mai visti nel recente passato. Senza aspettare Bruxelles, pertanto, bisogna che il nostro Governo intervenga subito, introducendo a livello nazionale un tetto temporaneo al prezzo del gas, così come hanno già fatto la Spagna (nell’autunno scorso) e la Francia (a inizio di quest’anno).

In aumento il lavoro “nero”

Molti di coloro che hanno chiuso definitivamente l’attività e non sono riusciti a trovare una nuova occupazione, probabilmente continuano a lavorare in “nero”. Dati ufficiali ancora non ce ne sono, ma la sensazione è che il Covid abbia contribuito ad incrementare sensibilmente il numero degli irregolari, vale a dire di coloro che prestano la propria attività abusivamente. E’ il caso di tanti abusivi che si spacciano per edili, dipintori, parrucchieri/estetiste, falegnami, idraulici ed elettricisti che in questi ultimi 2 anni hanno provocato una concorrenza sleale fortissima nei confronti di coloro che esercitano queste attività in “chiaro”. Secondo l’Istat4, l’esercito dei lavoratori “invisibili” presenti in Veneto è costituito da 206.500 persone che ogni giorno si recano nei campi, nei cantieri, nei capannoni o nelle case dei nostri corregionali per prestare la propria attività lavorativa irregolare. Essendo sconosciuti all’Inps, all’Inail e al fisco, gli effetti economici negativi che producono questi soggetti sono pesantissimi: nel 2019 (ultimo dato disponibile) il valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare è di 5,4 miliardi di euro.

Sempre più serrande abbassate

La chiusura di tantissime piccole attività economiche è riscontrabile anche a occhio nudo; basta girare a piedi per accorgersi che sono sempre più numerosi i negozi e le botteghe con le saracinesche abbassate 24 ore su 24. Un fenomeno che sta interessando sia i centri storici sia le periferie delle nostre città, gettando nell’abbandono interi isolati, provocando un senso di vuoto e un pericoloso peggioramento della qualità della vita per chi abita in queste realtà. Meno visibile, ma altrettanto preoccupante, sono le chiusure che hanno interessato anche i liberi professionisti, gli avvocati, i commercialisti e i consulenti che svolgevano la propria attività in uffici/studi ubicati all’interno di un condominio. Insomma, le città stanno cambiando volto: con meno negozi e uffici sono meno frequentate, più insicure e con livelli di degrado in aumento. La moria di attività sta colpendo anche coloro che storicamente sono sempre stati in concorrenza con i negozi di vicinato; ovvero i centri commerciali. Anche la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) è in grosse difficoltà e non sono poche le aree commerciali al chiuso che presentano intere sezioni dell’immobile precluse al pubblico, perché le attività presenti precedentemente hanno abbassato definitivamente le saracinesche.

Subito un tavolo di crisi

Da più di un anno la CGIA chiede sia al Premier Draghi che ai governatori di aprire un tavolo di crisi permanente a livello nazionale e locale. Mai come in questo momento, infatti, è necessario dare una risposta ad un mondo, quello autonomo, che sta vivendo una situazione particolarmente difficile. Intendiamoci, soluzioni a portata di mano non ce ne sono. E non dobbiamo nemmeno dimenticare che in questi ultimi due anni oltre ai ristori (ancorché del tutto insufficienti), gli esecutivi che si sono succeduti hanno, tra le altre cose, istituito l’Iscro5, l’assegno universale per i figli a carico e il reddito di emergenza per chi è ancora in attività. Con il recentissimo decreto aiuti, infine, anche gli autonomi con un reddito inferiore a 35 mila euro riceveranno nei prossimi mesi il bonus una tantum da 200 euro. Misure importanti, ci mancherebbe, ma insufficienti a fronteggiare le difficoltà provocate da questa situazione di crisi così pesante. Per questo riteniamo indispensabile istituire presso il MISE e in ogni singola regione un tavolo di crisi permanente che affronti con maggior determinazione i problemi sopra descritti.

Ultimo aggiornamento: 8 Maggio, 11:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA