Resistere ai souvenir di viaggio? È impossibile, l'antropologo ci spiega perché

Sabato 21 Maggio 2022 di Adriano Favaro
Resistere ai souvenir di viaggio? È impossibile, l'antropologo ci spiega perché

Souvenir, l'antropologo Duccio Canestrini indaga la nostra attitudine a portare a casa oggetti ricordo.

Andare senza portar via nulla? Impossibile. Il nostro comportamento predatorio è cognitivo e lo mettiamo in atto acquistando oggetti ricordo, belli o brutti non importa, che costituiscono le nostre piccole collezioni domestiche. A maggior ragione si trafugavano senza scrupoli preziosi reperti nell'Ottocento naturalmente legittimati dal colonialismo. Oggetti a memoria di avventurose esplorazioni, come quelle di Giovanni Miani: un turista molto motivato? Oggi i souvenir de voyage sono miniaturizzati, perché né le lance africane, né le gondole veneziane, possono entrare in una valigia. Tutto questo mondo verrà raccontato e spiegato nella città più turistica (e piena di trofei) del mondo, Venezia al museo di Storia Naturale Ligabue martedì 24 maggio alle 17.30 da Duccio Canestrini che parlerà di Trofei di viaggio: sguardi nelle valigie di esploratori e turisti.


Canestrini antropologo pop, scrittore, divulgatore scientifico autore di molti libri e del recente Trofei di viaggio (Bollati Boringhieri, nuova edizione ampliata 2022).


Senta Canestrini, collezionare porta anche sfiga?
«Per alcuni oggetti sì. Avevo regalato ad una collega una maschera comprata in Africa che lei mi ha restituito, angosciata, perché le portava una sfortuna terribile. Come liberarsene? La maschera è finita in un fiume dalla corrente benefica. Negli oggetti c'è molto investimento emotivo. Del resto di suggestioni si può morire: lo insegnava il grande Ernesto De Martino spiegando come funzionano le fatture».


Anche lei colleziona souvenir?
«Ho molti oggetti ricordo, come tutti, ma li ho sparsi per casa, non una vetrinetta, da brutte cose regalate da una zia, a una pietra datami da un indiano Hopi; ad altri più banali».


Lei spiega che il mercato dei souvenir produce 700 milioni di giro affari con 18 mila piccole aziende attive in Italia.
«Un record. È un'industria che funziona e non tramonta, perché il nostro comportamento d'acquisto è guidato da suggestioni e fantasie che si muovono dal profondo della nostra psiche».


C'è chi colleziona anche cartelli stradali come a Marghera, dove ne è stato trovato uno originale da Copacabana; poi biglietti di viaggio o solo le foto.
«Senza narrazioni e racconti il viaggio non esiste. Otello fa innamorare Desdemona con le sue avventure. Giovanni Miani a metà Ottocento aveva spasmodico bisogno di riconoscimenti. E riempie le sale del museo a Venezia di oggetti per provare che lui è stato in posti sconosciuti, è un vero esploratore».


Gillo Dorfles diceva che il turismo fa diventare kitsch istantaneamente ogni paesaggio, ogni monumento, ogni oggetto folkloristico.
«Parlava dei luoghi comuni della banalizzazione: le esperienze, i luoghi e gli oggetti che una volta erano delle élite adesso sono di tutti, quindi banali. Ma non è più vero che il turista sia un antieroe, io credo che questa sia l'era dell'homo turisticus. C'è da scrivere una nuova antropologia sul tema».


Ma un vassoio di plastica con disegno di Gauguin venduto a Tahiti (ma made in Italy) e una statua di Afrodite trovata in Grecia ma made in Hong Kong cosa sono?
«La combinazione di due fattori, la potenza del simbolo e la compresenza, nostra. Noi siamo lì in quel momento e l'oggetto, ovunque sia fatto lo dimostrerà».


Poi si scopre che le statuette dei diablitos erotici messicani erano inventati copiati da una rivista porno e crolla un mito etnologico.
«Succede, ma i miti nascono, si rigenerano, si reinventano: sono meccanismi inarrestabili».
I souvenir d'Italie e i souvenir de Venise sono una scoperta anche per lo studioso?
«Per muoverci a noi ora serve una mappa cognitiva: mentre un marketing pervasivo offre gioia e condanna al turismo contemporaneo; perché prima di viaggiare siamo già stati lì. Noi ci muoviamo per il noto. Ai tempi di Miani c'era l'ignoto, lui è un uomo che ha davanti una carta bianca».


I trofei, anche se non lo sappiamo, alla fine rappresentano i simboli di terra fuoco aria acqua; lo stesso che fa Paracelso nel 500 che ordinava il mondo in quattro spiriti: Gnomi, Salamandre, Silfidi e Ondine.
«Sono elementi del nostro essere, siamo legati alla materialità, alle materie. Nelle grotte del Mesolitico sono stati resti di conchiglie, pietre metallifere: i nostri antenati cercavano gli oggetti rari».


Adesso si può comprare nel web l'acqua del Canal Grande.
«E la bora in scatola, e così via. Quando un souvenir è una perla di vetro però si compra l'elemento fuoco: poche volte lo si pensa ma è così, ma a Murano accade questo».


Viaggi e souvenir di adulti sono elementi uguali all'ego di un bimbo.
«Siamo curiosi come scimmie, vero. Primitivi, nascenti, sì perché lo stupore del mondo, novità, sorpresa, conoscenza, arricchimento spirituale. Il ventaglio per esempio era usato nella Chiesa delle origini per le celebrazioni del divino, poi è diventato a simbolo del tempo libero, scettro dell'evasione dal mondo del lavoro».


Le collezioni private esplodono col gran tour, ma quello era il tempo anche di viaggiatori farabutti.
«Hanno comprato e portato via di tutto dall'Italia e altrove. Anche certe collezioni etnografiche sono frutto di rapina. Perfino il noto Paolo Mantegazza si è trovato in difficoltà per certe cose che si era preso. Ma in epoca coloniale (quella che vive Miani ndr) era normale prendere e portare in patria».


Perché appendiamo piatti di ristoranti alle pareti?
«Il piatto è simbolo del cibo: vuol dire che ce l'ho fatta a sopravvivere lontano da casa. Oggi la stazione di Bologna è invasa da tortellini di plastica come gli autogrill da enormi spaghetti tricolori».


Lei dice che la gondolina di plastica di Venezia per uno svedese è souvenir esotico.
«Come i gattini cinesi che muovono una zampina e tanti altri oggetti, l'esotico è sempre l'altrove».


Così il kitsch vincerà sempre.
«La parola è di origine tedesca verkitschen e si trova nel lessico dei critici d'arte viennesi dei primi del Novecento vuol dire banalizzare; rendere comune. I ban in Francia erano i terreni di tutti».


I nostri trofei di viaggio cosa simboleggiano?
«Siamo noi quei trofei. La parola trofeo alle origini era il simbolo di vittoria recante le spoglie dei vinti (uno scalpo, per capirci). Trofeo tròpaion in greco è il monumento che ricorda una sconfitta: ma noi chi abbiamo sconfitto viaggiando? Forse la paura dei disagi, anche della morte. Toccare i nostri trofei ci fa star bene. Siano una gondola di plastica, una palla di vetro con la neve (oggetto che compie 144 anni) e il ponte di Rialto, una placchetta da frigo con la Torre dell'Orologio. I trofei ci salvano».


Eppure Tzvetan Todorov, antropologo, scrive che ormai i turisti preferiscono l'inanimato (monumenti, piazze, oggetti) all'animato, persone cioè. Solo questione di poco tempo?
«Le relazioni umane sono impegnative anche per i turisti che vengono a Venezia, Padova o Treviso. Ecco il perché del grande boom delle reti sociali: siamo così poco preparati che deleghiamo all'elettronica gli scambi. Ma alla fine si ricerca sempre il contatto. L'altro che è in noi stessi. E che magari ci vende il trofeo souvenir».

Ultimo aggiornamento: 22 Maggio, 10:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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