Referendum sull'autonomia, Pd diviso tra "Sì" e la "via emiliana"

Martedì 3 Ottobre 2017 di Alda Vanzan
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VICENZA - «Rispetto le decisioni altrui, ma noi non abbiamo ritenuto utile spendere 20 milioni di euro per fare un referendum». Stefano Bonaccini è il presidente della Regione Emilia Romagna che potrebbe sorpassare, senza andare alle urne, sia il Veneto che la Lombardia sulla strada per l'autonomia differenziata. L'Emilia Romagna ha iniziato il percorso «qualche mese fa» ed è vano, perché Bonaccini non risponde, chiedere se l'indizione del referendum veneto deciso da Luca Zaia il 24 aprile scorso l'ha agevolato o se è vero che quello emiliano sarebbe uno sgambetto deciso a tavolino. Bonaccini rilancia chiedendo perché Zaia ha aspettato solo ora per indire la consultazione referendaria mentre non l'ha fatto quando ne aveva l'opportunità, ad esempio quand'era ministro e il centrodestra era al governo. E il sottosegretario agli Affari regionali Gianclaudio Bressa attacca: «Quello di Zaia è un referendum inutile».

IL SÌ CRITICO
Siamo a Vicenza, in un albergone a ridosso del casello autostradale, dove la Fondazione Amici del Veneto (nata sulle ceneri di quella che sostenne la campagna elettorale di Alessandra Moretti nel 2015) ha organizzato prima un seminario e poi un confronto tra Bressa e Bonaccini. La platea è sostanzialmente quella del Pd, il partito che ha deciso di sostenere il referendum pur con un sì critico salvo poi dibattere con le posizioni interne che al referendum non credono.
 
Tant'è, Bonaccini oggi porterà all'esame dell'assemblea legislativa dell'Emilia Romagna l'intero pacchetto. Oggi, a meno di sorprese, incasserà il sì e «immediatamente» - dice - chiederà un appuntamento al governo. Partendo da due presupposti: «L'unità nazionale è sacra». Il modello, però, non è Bolzano perché Bolzano è inarrivabile: «Se chiedi tutte le 22 competenze da un lato e, dall'altro, come dice Maroni, chiedi di trattenere i tuoi 25 miliardi che dovrebbero essere l'intero bilancio della Lombardia, qui ci si avvicina più alla secessione fiscale che all'autonomia». «Noi - puntualizza - non chiediamo di diventare una regione a statuto speciale, semmai sarebbe utile rivedere le specialità».

PD BIFRONTE
Achille Variati, che oggi in rappresentanza delle Province incontrerà il governatore del Veneto per capire se ci sarà condivisione con il territorio prima di aprire la trattativa con Roma, rincara: «Deve essere chiaro che si chiedono competenze per spendere meno e dare migliori servizi, cosa che non si fa in solitudine: a Zaia chiederò se gli interessa la filiera dell'autonomia o il centralismo regionale, altrimenti ciao». Resta la curiosità di un Pd veneto che sostiene il sì il 22 ottobre e poi, con Fondazioni amiche, organizza confronti in cui, accanto a Bressa e Bonaccini, non c'è una sola voce che difenda la consultazione. Domanda a Bressa: il Pd veneto ha sbagliato a prendere posizione per il sì? Il sottosegretario agli Affari regionali tace: «Non commento. Faccio presente però che votare no non è contemplabile, significherebbe negare quel che prevede la Costituzione». E se il referendum veneto fosse un flop, il Governo tratterebbe lo stesso? Bressa: «Nulla cambierebbe. Anche se votassero in 18 e fossero 18 no, il Governo è tenuto a trattare». Ultimo aggiornamento: 09:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA