Pietro Marzotto: «Il modello veneto cancellato dalla crisi, guardate le banche»

Lunedì 29 Gennaio 2018 di Edoardo Pittalis
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«Non esiste più un modello veneto, la crisi ci ha reso più uguali, ha omologato al basso. Basta vedere quello che è successo con le nostre banche. Restano, forse, le diversità che i veneti hanno sempre avuto: più voglia di lavorare, di risparmiare, di crescere. Direi che in questi anni si sono assimilati a un vizio che era più italiano che veneto: quello di avere in dispetto lo Stato, l'autorità. E questo è serio, perché più l'hanno in dispetto e più peggiora. Non andare a votare è la situazione più grave. Siamo più italiani di quanto crediamo».

Pietro Marzotto, 80 anni, ultimo dei sette figli di Gaetano, per oltre un decennio al vertice della Marzotto. Vive con la terza moglie, Anna Maria, alle porte di Concordia Sagittaria, nella tenuta Zignago, affacciata sulle valli dove le anatre selvatiche fanno il nido. Circondato dalla collezione di quadri dell'Ottocento italiano iniziata dal padre. Ritratti di Boldini, opere di De Nittis, una grande tela di Fattori dove ci sono tutti i temi ricorrenti del grande pittore: i soldati, i cavalli, le caserme e, nella piccola folla, anche un autoritratto. Infine, un insolito e suggestivo Pellizza da Volpedo: un paesaggio ricoperto di neve che sta per sciogliersi al primo sole.

Cosa è rimasto del Veneto di Gaetano Marzotto?
«È rimasto il ricordo e il ricordo è anche la pietra, come a Valdagno: una città sociale iniziata nel 1928 e conclusa nel dopoguerra, una realtà che non si cancella. E poi l'azienda c'è sempre. Mio padre Gaetano è stato un grande uomo, un liberale che credeva che bisognasse stare bene tutti e ha fatto moltissimo per i suoi operai, facendolo conquistare a loro perché nulla era gratis. Lui scriveva che un giorno avrebbe provveduto lo Stato a fare tutte queste cose, a incominciare dalla sanità, a finire col tempo libero. Nel suo testamento dice che suo padre l'aveva lasciato più ricco di quanto fosse necessario per vivere bene, per questo si era battuto per un benessere diffuso».

Come ha cambiato il Veneto che aveva attorno?
«Mio padre non guardava tanto al resto del Veneto. Valdagno era un'eccezione già negli Anni Trenta, un'enclave che godeva di molti privilegi. Aveva una grande ammirazione per Alessandro Rossi che era coetaneo del nonno, Rossi aveva fatto il quartiere operaio, lui voleva una città intera. Aveva imparato molte cose in Germania dove il nonno l'aveva mandato a 14 anni a lavorare e studiare. Altre le ha imparate dall'America di Ford. Si teneva distante anche dai politici, sebbene col fascismo non fosse facile. Come diceva il vecchio Agnelli: chi ha frequentato Mussolini e si è poi vergognato, è solo chi non era nessuno prima e nessuno dopo. Agnelli diceva anche che la Fiat era governativa. Come tutte le grandi aziende».

Lei si chiama Pietro in onore di Pietro Badoglio?
«Sì perché Badoglio era amico di papà ed era venuto a trovarlo per la caccia nella tenuta di Portogruaro. Mia madre era incinta di me e Badoglio disse: Sarà un maschio, si chiamerà Pietro, sarà Maresciallo d'Italia. Così mi hanno chiamato Pietro, ovviamente era sbagliata la terza profezia. Non ho mai visto Badoglio che è stato il mio padrino. Con i miei fratelli abbiamo età diverse, Vittorio la guerra l'ha presa in pieno, io da bambino, ho avuto l'infanzia nel dopoguerra che è stato un periodo pieno di entusiasmo perché vedevamo l'Italia crescere: il domani era migliore dell'oggi».

Anche lei, come il padre, ha fatto l'operaio?
«Dopo il liceo per tre anni l'operaio alla Marzotto, in tutti i reparti. Mi è servito dopo, nel confronto con il sindacato: conoscevo il lavoro, le macchine. Nel 1961 ho incominciato l'università alla Statale di Milano. Ho avuto un grande maestro, il professor Sergio Steve che insegnava Scienza delle Finanze. Elegante, straordinario, molto ascoltato, una moglie che era più a sinistra di lui. Passavano l'estate a San Candido e andavo a trovarli con la scusa della tesi. Potevo restare all'università come assistente volontario, mio padre disse: O ti lavori o niente schei. E sono tornato in azienda».

Per qualche anno si è distratto con lo sport?
«Sono l'unico dei fratelli che non ha corso in auto. Quando ho avuto la patente, loro si erano tutti ritirati e mi avevano messo contro Enzo Ferrari: Guai se dà l'auto a quell'incosciente!. A me piaceva lo sci nautico, sono stato nella squadra nazionale che ha vinto tutto, con Franco Carraro, padovano, che poi è stato anche sindaco di Roma e presidente del Milan. Ho vinto il campionato del mondo dilettanti e due campionati europei nel 1959 e nel 1960. Ho smesso perché avevo fatto quello che dovevo».

Anche come imprenditore ha smesso dopo aver fatto quello che doveva?
«Ho tirato fuori una lettera del 1989: Alcune regole per il successo. Parlavo di innovazione continua e di cultura vincente d'impresa. Quando mi dicevano che c'era un problema, rispondevo che dietro un problema si nasconde sempre un'opportunità. Con i sindacati era difficile, dopo il Sessantotto erano una variante indipendente, negli anni '70 metà del tempo in fabbrica era dedicato ai problemi sindacali. Poi il confronto si è fatto costruttivo, avevo amici tra i sindacalisti, come Bruno Oboe».

Il suo vero affare alla Marzotto?
«L'acquisizione della Hugo Boss. Nel 1989 era in vendita, l'aveva presa un giapponese che però non era interessato all'abbigliamento. L'acquirente mi fece un'impressione negativa, pensai che presto la società sarebbe tornata sul mercato e così è stato. L'affare è stato chiuso in due settimane e nessuno ne ha saputo niente. Con questa azienda in dieci anni abbiamo decuplicato l'utile. Non potevamo isolarci: eravamo troppo piccoli per essere grossi e troppo grossi per essere piccoli».

Perché molte famiglie venete sono scomparse al momento del ricambio generazionale?
«È molto semplice. Io ne sono la dimostrazione, siamo alla sesta generazione quella che voleva più soldi per sé e meno all'azienda. Mi sono opposto senza successo, hanno venduto Hugo Boss guadagnandoci, ma oggi la Hugo Boss vale molti miliardi di euro in Borsa e la Marzotto è solo un nome. Quando una famiglia diventa una popolazione o trova l'imprenditore al suo interno oppure è la fine. La Marzotto ha 70 nipoti!».

Cosa pensa della vicenda delle Banche venete?
«Prima di tutto che ha mancato molto la vigilanza, la Banca d'Italia. C'è in tutta questa storia anche la manina nera della burocrazia romana. Gli elementi per valutare li avevano già dal Duemila. Zonin non può dire che non c'entra, non si prende quasi un milione e mezzo di euro senza avere poteri! Credo che principalmente abbiano dato i soldi con molta allegria».

Rimpianti?
«Della vita, di come sono vissuto, sono contento. Mi diverte ancora andare a caccia, voglio andarci ogni domenica. Nella botte, in valle, all'alba ad aspettare col fucile in mano il volo delle anatre selvatiche. Qui sono venuti a cacciare anche Hemingway, che qualche volta tradiva gli amici Franchetti per stare con noi, e il re di Spagna che non mancava mai. Adesso arriva l'amico Maurizio Sella che è pronipote di Quintino Sella. Non me ne frega niente di morire, ma mi seccherebbe rimanere il resto della mia vita in poltrona».
  Ultimo aggiornamento: 26 Aprile, 18:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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