La Sposa, la fiction Rai delle polemiche: gli stereotipi sul Veneto, il dialetto, il maschilismo, dove è stata girata e cosa se ne dice

Martedì 25 Gennaio 2022 di Angela Pederiva
La Sposa, la fiction Rai delle polemiche
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Successo di ascolti per la fiction di Rai 1, al centro delle polemiche per il ritratto del Veneto (e della Calabria). I precedenti nel mirino per il dialetto e i luoghi comuni. Il professor Brunetta: «Ma gli stereotipi servono a raccontare il cambiamento».


La Sposa: seconda puntata della fiction Rai


Seconda puntata e nuovo successo: domenica sera La sposa ha registrato 6.568.000 telespettatori e il 28,71% di share con 104.800 interazioni social. Proprio sul web sembra essersi placata l'indignazione provocata dall'esordio della miniserie con protagonista Serena Rossi, quando il presidente del Consiglio regionale Roberto Ciambetti l'aveva definita «un falso che offende il Veneto» (Leggi QUI l'Articolo). Grazie alla svolta nella trama, che ha visto Maria e Italo innamorarsi davvero e Vittorio diventare meno burbero, si attenua il luogo comune del Nordest che pensa solo ai schèi ed è popolato da gente rozza. Il dibattito comunque continua: «Gli stereotipi sono meccanismi narrativi utili a caratterizzare i personaggi e gli ambienti, ma in questa fiction servono a raccontare il cambiamento avvenuto in quel contesto», osserva Gian Piero Brunetta, professore emerito di Storia e critica del cinema all'Università di Padova.


Polemiche sulla fiction La Sposa

Nei giorni scorsi la produzione di Rai Fiction ed Endemol Shine Italy, in onda su Rai 1, ha scatenato accese polemiche. Peraltro pure in Calabria, dove l'ex governatore reggente Nino Spirlì ha addirittura lanciato l'hashtag #facagare, affermando che in passato le donne partivano per il Piemonte e la Liguria «ma certamente non per il Veneto, che era regione depressa più della Calabria» e sostenendo che gli attori di questa miniserie «parlano una strana lingua». Quella dell'accento è una lamentela ricorrente attorno alla finzione sul piccolo schermo. Per la fiction Di padre in figlia con Alessio Boni e Cristiana Capotondi, storia di una famiglia di distillatori girata a Bassano del Grappa, era stato vivacemente criticato il dialetto usato dal cast. Ma più di tutto aveva fatto infuriare il ritratto di una terra di ubriaconi, intrallazzatori ed evasori. Così come il film Cose dell'altro mondo, con Diego Abatantuono, aveva suscitato rabbia per l'immagine dell'imprenditore del Nordest che dallo studio della sua televisione locale predica la necessità di un mondo senza immigrati. Niente di nuovo sotto l'obiettivo della cinepresa, fin dai tempi della servetta sciocca e del carabiniere tonto, figure assai frequenti nelle sceneggiature del Neorealismo.


Il commento di Renato Brunetta

Brunetta riflette sui cliché: «Per definizione sono qualcosa di fermo. Al cinema degli anni 50, essenzialmente romano-centrico, servivano per andare alla scoperta dell'Italia, quindi i siciliani andavano descritti in un certo modo e i veneti in un certo altro. Grazie al lavoro di Ermanno Olmi, si è dovuti arrivare a Carlo Mazzacurati per dipingere un Veneto senza stereotipi, un impegno poi proseguito con registi come Andrea Segre e produttori come Francesco Bonsembiante. Invece nella fiction La sposa, che sto seguendo con interesse, elementi identificativi come l'arretratezza e il maschilismo sono impiegati per spiegare l'evoluzione: tutto si modifica, nessuna figura rimane uguale a se stessa, il contesto storico modifica la scansione degli eventi e la rappresentazione delle persone. D'altra parte Giacomo Campiotti non è certo un regista che ama i personaggi statici e la lezione olmiana è ben visibile in questo prodotto».

 

Maria, la donna che si emancipa

Da questo punto di vista, Maria è la donna che reagisce alla misoginia e riesce ad emanciparsi. Ma perché una parte del Veneto fatica a riconoscerlo? «Dovremmo rileggere le pagine di Ferdinando Camon risponde il docente universitario per recuperare la memoria di com'era il mondo contadino in quegli anni, anche nei riguardi delle donne. Indubbiamente è qualcosa che può dare fastidio, ma deve essere visto come il presupposto dell'evoluzione che è seguita e che è descritta nella fiction. La protagonista femminile arriva a smantellare i comportamenti prevaricatori, venendo non solo accolta ma proprio integrata nella società, attraverso dinamiche che in quell'epoca hanno visto un'enorme modificazione del paesaggio veneto. Insomma da critico dico che è una serie che funziona: indubbiamente c'è stato di meglio, ma anche di peggio, per cui La sposa ha tutte le carte in regola per andare alla conquista del pubblico, come in effetti sta avvenendo. Piuttosto a colpirmi in negativo è un altro aspetto: i luoghi».

La Sposa: dove è stata girata la fiction?

Brunetta si riferisce al fatto che le scene venete sono state girate in Piemonte, così come quelle calabresi sono state ricreate in Puglia. «Evidentemente ci sono Film Commission molto forti sottolinea mentre quella del Veneto dimostra di avere ancora molta strada da fare. Una storia del genere avrebbe dovuto trovare subito un'accoglienza e un sostegno in Veneto, perché racconta un momento cruciale di passaggio, di trasformazione, di entrata nella modernità del mondo contadino. Invece non è andata così: si parla del Vicentino, ma si vede il Vercellese. Non so perché sia successo, ma evidentemente si tratta di un'occasione persa per la Veneto Film Commission, anche se a Nordest non mancano esempi positivi di organizzazione, con le commissioni del Friuli Venezia Giulia e del Trentino. In questo senso temo che per noi la presenza di Venezia sia una forza e una debolezza: la città capoluogo attrae, ma il resto della regione non viene adeguatamente valorizzato».

 

Ultimo aggiornamento: 16:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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