I confini dell'autonomia, tra Veneto, Lega nazionale e M5s del Sud

Mercoledì 27 Marzo 2019 di Ilvo Diamanti
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È lunga la strada verso l’autonomia – differenziata - promossa dal Veneto, insieme alla Lombardia e all’Emilia Romagna. L’esito del referendum che si è svolto nell’ottobre 2017 appariva, e appare ancora, esplicito. In-equivocabile. Soprattutto per il Veneto, dove l’affluenza è risultata maggioritaria. E il consenso plebiscitario. Così il Governo ha affidato alla ministra Erika Stefani – veneta, anzi: vicentina - il compito di redigere un progetto puntualmente rivolto a questa materia. Che, peraltro, coincide con le sue competenze: Affari Regionali e Autonomie. Appunto. Tuttavia, un mese dopo, il percorso di questa legge, per quanto tracciato, non sembra ancora concluso. Frenato da resistenze politiche forti.

Soprattutto su base territoriale. Perché l’atteggiamento verso la prospettiva federalista e autonomista è, indubbiamente, molto diverso, nelle diverse aree del Paese. In particolare, suscita preoccupazione soprattutto nelle zone dove le condizioni economiche e dello sviluppo sono più difficili. E il sostegno pubblico dello Stato pesa maggiormente sul reddito. In altri termini: nel Mezzogiorno. D’altronde, le differenze “politiche-territoriali”, alle elezioni di un anno fa, sono apparse subito evidenti. L’Italia, dopo il voto del 4 marzo 2018, si è, infatti, scoperta Giallo-Verde. Il Centro-Nord: Verde. Il colore della Lega. Il Centro-Sud: Giallo. Il colore del M5s. Mentre gli altri colori intermedi – e soprattutto il Rosso delle regioni centrali – sono sfumati. Quasi svaniti. Così, costruire una maggioranza di governo è apparso, immediatamente, complicato. E la soluzione: quasi obbligata. Spinta, peraltro, da un’opportunità più unica che rara, per le due forze politiche vincenti. Governare senza essere condizionate da partiti più influenti. In grado di dettare scelte. Così, Lega e M5s, quasi per caso, si sono incontrati alla convergenza di due terreni “divergenti”.

L’autonomia, peraltro, è una rivendicazione che appartiene alla storia della Lega, non certo del M5s. Anche perché la Lega è sorta proprio qui, nel Nord, anzi, in Veneto. Negli anni Ottanta. Come Lega autonomista, regionalista. In alcune fasi, indipendentista. Più Liga che Lega. Certo, quella era un’altra Lega. Questa non è più veneta, né padana. Da un bel po’. La Lega di Salvini: è nazionale. Semmai euroscettica. Oggi, però, siamo arrivati al punto. Di svolta. Perché dopo decenni di proteste e di rivendicazioni, l’autonomia è vicina. Un progetto visibile. Sostenuto da un referendum. E condiviso, in Veneto, da quasi 8 cittadini su 10. Ma ciò rischia di generare un problema nuovo e, al tempo stesso, coerente con il passato. Coerente, perché il Veneto, come abbiamo visto, è, da sempre, l’area più autonomista del Paese.
Tuttavia, proprio da ciò può sorgere un problema “nuovo”. Perché la domanda di autonomia oggi è largamente condivisa da tutti, come emerge nel sondaggio di Demos per l’Osservatorio del Gazzettino Non solo dai leghisti, ma anche dagli elettori di centro-sinistra. E, ancor più, dai 5s. In Veneto: quasi 8 su 10. Dopo la Lega, e insieme a FI, il soggetto politico più autonomista. Ma ciò potrebbe generare qualche tensione, per non dire “frattura”. Non solo fra il Veneto e Roma. Ma, anche dentro il M5s: veneto e nazionale. Perché il M5s ha le sue zone di forza nel Centro-Sud, assai più che altrove. Come dimostra lo stesso voto in Basilicata. Dove i 5s hanno tenuto meglio che in altre Regioni. Per questo, però, occorrerà capire come si orienteranno domani. Il richiamo del territorio, infatti, potrebbe spingere l’interesse – e gli interessi - del M5s lontano dal Nord. Dal Veneto. Dall’autonomia.

Ilvo Diamanti
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