Si faceva portare a casa con l'auto di servizio: patteggia ex vicequestore

Giovedì 4 Febbraio 2021
Il tribunale dove ieri il vicequestore ha patteggiato
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PORDENONE -  Usare l’auto di servizio per tornare a casa è reato. Di peculato d’uso e abuso in atti d’ufficio era chiamato a rispondere l’ex vicario del questore di Pordenone, Ciro Pellone, ora in pensione. Secondo l’ipotesi accusatoria, tra il 2015 e il 2018 in una trentina di occasioni si era fatto riaccompagnare a Mestre dall’autista del questore. Il procedimento si è chiuso ieri, nell’udienza preliminare del gup Giorgio Cozzarini, con un patteggiamento. La pena, concordata tra Pm e l’avvocato Bruno Malattia, è stata di sei mesi. Il risarcimento di 5mila euro, somma versata al ministero dell’Interno, ha consentito a Pellone di ottenere il beneficio della sospensione condizionale.
LA SEGNALAZIONE
Erano state alcune lettere anonime a sollevare il caso. Erano state sottoposte all’attenzione della Procura e il sostituto procuratore Maria Grazia Zaina aveva aperto un fascicolo con una triplice ipotesi d’accusa: peculato continuato in relazione all’utilizzo di benzina e pedaggi autostradali; peculato d’uso per aver viaggiato con l’Alfa Romeo 166 del questore; infine, abuso d’ufficio per aver distratto personale della Questura di Pordenone, cioè l’autista, per motivi non inerenti il servizio. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i viaggi sarebbero stati 31 nell’arco di tre anni.
LA DIFESA
Malattia, forte di due pronunciamenti della Cassazione in materia di peculato e dopo aver presentato alla Procura tre memorie scritte, ha concordato un patteggiamento in cui il reato di peculato continuato è stato assorbito nel peculato d’uso. Con un’accusa ridimensionata, la pena è scesa a sei mesi. Il legale era pronto ad affrontare il processo per dimostrare che Pellone aveva usato l’auto solo per esigenze di servizio, quando sostituiva il questore. Autorizzato a vivere fuori sede, si sarebbe fatto riaccompagnare quando terminava di lavorare in orari notturni, in cui mancavano i treni diretti a Mestre, o chiedeva di andare a prelevarlo in caso di un’emergenza. «Ha ritenuto - afferma Malattia - che l’ipotesi accusatoria per episodi di particolare tenuità, se posta al vaglio dibattimentale difficilmente avrebbe potuto trovare conferma. Si è preferita una soluzione senza comportare un accertamento dei fatti, che ha evitato i tempi lunghi e i disagi del processo».
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