Mauro Corona, l'uomo del Vajont, si racconta: «Da zingaro a scrittore»

Mauro Corona, 66 anni, uomo simbolo della tragedia del Vajont e scrittore di grande successo

di Edoardo Pittalis

ERTO - L'infanzia drammatica, i tempi del collegio, il lavoro in cava. Mauro Corona racconta com'è diventato un autore da 4,5 milioni di copie. I primi racconti sul Gazzettino, poi 27 libri in vent'anni. «Ho capito cosa ha fatto di me uno zingaro, uno a cui non piace stare al chiuso: è perché sono nato per strada, tra Pinè e Trento, su un carretto che mia madre e mio padre spingevano - spiega al Gazzettino Mauro Corona -. Era carico di oggetti di legno da vendere. Era il 9 agosto del 1950, nascere in quelle condizioni non fu facile, rimasi due mesi tra la vita e la morte per una polmonite. Forse si sono creati gli anticorpi giusti, è una fortuna fin che dura».

Ma ha sempre raccontato che è nato a Erto...
«Ho sempre detto così per l'affetto per il mio paese. Mio padre Domenico era una specie di genitore folle e violento, era un uomo sconfitto, anche dall'alcol. Per sfuggirgli mia madre se ne andò in Germania, quando tornò avevo 13 anni».

Infanzia difficile?
«Drammatica. Eravamo poveri, ma felici. Le prime scarpe ce le portò il Vajont. Un'infanzia sviluppata in mezzo alla natura, le prime scalate con mio nonno che era un uomo alto quasi due metri e mi portò sul monte Cita, il Civetta. Mio fratello Felice era alto uguale, è morto che non aveva ancora 18 anni in Germania dove faceva lo sguattero, trovato annegato in una piscina. Lavorava dai gelatai, nessuno è venuto a dirci come era morto. Si chiamava Felice ma felice non è stato mai nella vita».

Gli anni in collegio.
«A 13 anni, dopo il Vajont, stavo nel collegio Don Bosco di Pordenone che era una scuola per gente che aveva soldi. Avevano offerto un posto gratis a questo ragazzo folle, ma è stata una sofferenza che mi ha segnato la vita, perché ero al chiuso. Però mi hanno dato le basi, mi hanno fatto amare la letteratura e la lettura: don Teodoro Mattiel mi ha insegnato a scrivere periodi brevi che dovevano durare il tempo di riprendere fiato. Dopo le medie volevo andare alla Scuola d'Arte, mi iscrissero ai Geometri che era la cosa più distante da me, così invece di studiare mi misi a leggere Tex. Avvertirono mio padre che venne a prendermi a fine gennaio in motoretta, con un grande freddo: Monta che la cuccagna è finita. A primavera ero già al lavoro come manovale perché stavano iniziando a costruire il paese di Vajont che era il paese di Erto trasferito lì».

A 18 anni manovale specializzato?
«Sono andato a lavorare in una cava di marmo. Non sapevo fare niente, ma mi piaceva l'idea di stare in mezzo alla montagna. Era un lavoro pesantissimo forare la roccia con una perforatrice, alla sera eravamo bianchi come le statue. Sono diventato scalpellino riquadratore, la qualifica è il mio orgoglio, anche più che scultore, più che scrittore».

Dove era la sera del Vajont?
«Ero a casa con mia nonna, una zia sordomuta e i fratelli. Mio padre era in giro, a caccia da una settimana. La nostra casa era a bordo del lago, fummo sfiorati dall'acqua perché le propaggini del monte Borgà fecero da scudo e questa deviazione salvò duemila abitanti, l'onda battè contro il monte Zerten e tornò a San Martino. Di quella notte, oltre al buio ricordo il rumore che nessun tecnico del suono può riuscire a ripetere: come un miliardo di aerei a reazione che passano nello stesso istante.La gente scendeva a San Martino e tornava: Non c'è più il paese. Non vedevi più le case, ma sentivi le urla. Qualcuno si affacciò a Casso e disse che non vedeva più Longarone. Io dormii sotto un tavolo. L'indomani quando venne chiaro era tutto giallo, la montagna disossata dalla terra e messe a nudo le ossa gialle. Si vedevano i morti, una donna impigliata su un ramo che galleggiava. Fummo sfollati tutti a Cimolais nella colonia alpina».

Superstiti e sopravvissuti si sono divisi.
«Questo è accaduto dopo lo spettacolo di Marco Paolini al quale dobbiamo essere grati perché ha fatto conoscere all'Italia quello che Tina Merlin aveva chiamato genocidio. Dopo si sono fatti avanti quelli che avevano avuto i morti e pensavano che chi aveva avuto danni e non vittime non dovesse parlare. Poi c'erano i sopravvissuti, quelli scampati, estratti dal fango. Ma questa distinzione non fa onore alla storia del Vajont. Non si deve far cadere la storia nell'oblio: ho proposto il 9 ottobre come data nazionale di tutte le tragedie».

Torniamo a Mauro scalpellino.
«Nel 1974 sono diventato padre di una bambina che abbiamo chiamato Tina come la Merlin, la mia compagna è morta a 20 anni per un tumore al cervello. Sono stati i nonni a far crescere Tina. Incominciavo a scolpire, andavo dal postino Cipriano Capra che ha aiutato tutti, era il solo ad avere il telefono oltre al dottore. Aveva anche il televisore e vidi un programma su Augusto Murer, sculture in bianco e nero. Sono andato a trovare Murer, mi mise in mano una matita e un foglio bianco: Prova a copiare questa statua. Mi fece capire che prima bisognava disegnare molto».

Lo scultore è nato così?
«È stato il mio colpo di fortuna, l'altro colpo lo devo a Renato Gaiotti, un signore di Sacile che aveva un'impresa che lavorava per la Forestale. Vide le mie sculture in legno, le comprò tutte e mi ordinò una Via Crucis per il Duomo di Sacile ricostruito dopo il terremoto. Ero senza una lira, mi sembrò di aver vinto Tredici al Totocalcio. Per capire cosa dovevo fare andai nella vecchia chiesa di Erto e con la complicità di don Matteo staccai una formella della Via Crucis, scolpita da un artista della Valgardena nel 1812. Lavorando giorno e notte in tre mesi ce l'ho fatta, è ancora a San Giovanni del Tempio a Sacile. Fu la mia salvezza, da allora ho fatto mostre, a Longarone mi ha presentato lo stesso Murer. Mi ero vestito bene, tutto fiero del mio abito scuro: Tu me pari un Arlecchino, disse il Maestro».

E il Corona scrittore?
«Scrivevo racconti e li leggevo ai figli. È stato il Gazzettino a pubblicare i primi racconti alla domenica, poi li ha stampati Giovanni Santarossa l'editore della Biblioteca dell'Immagine. È incominciato tutto così: 27 libri in vent'anni, quattro milioni e mezzo di copie vendute in tutto il mondo».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lunedì 1 Maggio 2017, 05:02






Condividi su Google+ Commenta
<< CHIUDI
CONDIVIDI LA NOTIZIA
Mauro Corona, l'uomo del Vajont, si racconta: «Da zingaro a scrittore»
CONDIVIDI LA NOTIZIA
VIDEO
DIVENTA FAN
SEGUICI SU TWITTER
COMMENTA LA NOTIZIA
5 di 16 commenti presenti
2018-03-21 20:24:33
infanzia difficile e il resto non facile,si puo' diventare "coriacei" come a volte dimostra, bravo a seguire le sue aspirazioni e fortunato a trovare le persone giuste che l'hanno inquadrato nel suo cammino di vita, mi piace, quando lo vedo in tv l'ascolto volentieri
2017-05-03 14:10:34
Se è riferito al mio commento tranquillizzo altri commentatori......il mio non è livore e tanto meno invidia.......ho solo raccontato fatti successi e ho tratto le mie conclusioni. Avendo una ventina dei suoi ventisette libri non mi pare mi si possa giudicare in tal senso. Grazie e buona lettura a tutti.
2017-05-03 10:32:42
Corona ha due punti di forza, il primo che sa scrivere (sperando sia farina del suo sacco) il secondo è che è un bravo imprenditore di se stesso, si è costruito un personaggio e a quanto pare funziona
2017-05-03 13:58:49
Si è costruito un personaggio. Punto. I libri non sono farina del suo sacco. Sta stufando anche i suoi fan perchè spesso li tratta a pesci in faccia. I suoi stessi compaesani non lo amano poi molto.
2017-05-03 09:49:17
Adoro il Corona scrittore, pur riconoscendo che in questo campo il meglio di se' l'ha gia' dato. In tanta mediocrita' che troviamo in libreria, continuo a comperare i suoi lavori, pur trovandolo spesso ripetitivo. Rimango estasiato dal Corona scultore con la vena di essere stato anche audace abile alpinista. Stimo il Corona persona, convinto che gran parte degli uomini con alle spalle le esperienze che una vita grama e difficile come la sua, sarebbero finite in malo modo. Mi irritano i suoi TANTI suoi detrattori, più portati a giudicare dalle apparenze che dallo spessore di una persona.