"Un disastro totale". Viaggio tra i ristoratori e i baristi di Pordenone paralizzati dalla paura del lockdown

Sabato 14 Novembre 2020 di Susanna Salvador
Un bar di Pordenone
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PORDENONE - «Urca miseria... da domenica? È sicuro?». Silvano Stocca, titolare del Caffè Nuovo, storico locale che si affaccia su piazzetta Cavour e corso Vittorio è stupito. Incredulo. E come lui tutti i baristi intervistati subito dopo l’ufficialità del passaggio del Friuli Venezia Giulia a zona arancione. 


BAR E RISTORAZIONE
«Cosa vuole che dica, è un disastro totale. Chiuderemo tutto perchè certo non terrò aperto per cinque caffè da asporto. Ormai siamo alla frutta e tanti cominceranno a saltare, non riusciranno a far fronte a tutto - esterna le paure di molti, Stocca -. Se almeno il Governo ci concedesse risorse per stare a galla, per pagare le spese. Alle aziende serve liquidità». Resta senza parole anche Sergio Martin della Prosciutteria Dok di via della Motta: non sapeva della poco gradita novità che costringerà bar e ristoranti a chiudere le serrande e a lavorare solo per asporto. «Stiamo patendo dalla fine del lockdown - sottolinea -. Che disastro. A pranzo facciamo sì un po’ di asporto, ma non significa lavorare. Intanto le spese vanno avanti, quelle non si fermano. Noi comunque terremo aperto il ristorante, continueremo a prendere le ordinazioni e a consegnare i pasti a domicilio». In città intanto si respira un’aria che sa di attesa. Non tutti hanno ben chiaro cosa significhi il cambio di colore, in cosa si tradurrà nella vita di tutti i giorni. Perchè la domenica a passeggio lungo la pedemontana o una gita a Lignano per godersi il sole autunnale erano diventati un passaporto per la normalità. Da domenica niente più uscite fuori dal comune di residenza, se non per lavoro o necessità inderogabili. Ma soprattutto niente più caffè al solito bar, cioccolata e pastina magari da Peratoner. «Una novità che per noi è un duro colpo - afferma Giuseppe Faggiotto titolare proprio di Peratoner, pasticceria e cioccolateria conosciuta non sono in regione che da decenni apre le porte in corso Vittorio Emanuele -. Ci stavamo riprendendo dalla chiusura imposta dal lockdown e ora si ricomincia: i costi dobbiamo comunque sostenerli, chiusi o aperti non fa differenza. Oltrettutto abbiamo investito molto per garantire la sicurezza achi si siede a bere una cioccolata o un aperitivo da Peratoner o al Caffè degli Specchi in piazza Unità d’Italia a Trieste». Faggiotto ha scelto rimanere aperto per l’asporto. «Siamo tutti nella stessa barca - conclude -; ma... a questo punto era peferibile che chiudessero tutto subito». E preoccupato - come poteva essere altrimenti - è anche Davide del Bar Bacco in vicolo delle Acque: «Per noi significa chiudere tutto. Tirare avanti fino a che ci sono i soldi nel conto corrente e poi si vedrà. Con quello che ci è arrivato come ristoro credo che riusciremo a sopravvivere per un mesetto, non di più». Una batosta anche per Paolo del vicino El Gordo, consapevole che «sarà un’altra battaglia da combattere. Punteremo sull’asporto, altro non possiamo fare».


ABBIGLIAMENTO
L’interrogativo riguarda i negozi: domenica chiusi o aperti? Ha valore il Dpcm e quindi le regole della zona arancione o l’ordinanza del presidente della Regione Massimiliano Fedriga che impone la chiusura dei negozi la domenica? Quest’ultima è più restrittiva, quindi dovrebbe prevalere sul Dpcm. «La risposta ora non la so dare - dice Antonella Popolizio, presidente regionale di Federmoda e titolare di diversi negozi non solo in città -. Siamo in un limbo in attesa di capire cosa dovremo fare. Comunque con i locali chiusi e senza una vita sociale le persone usciranno solo per acquisti indispensabili. Non so se varrà la pena tenere aperto».

 

Ultimo aggiornamento: 14:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA