«A 16 anni ho parato un rigore
a sua maestà del calcio Leo Messi»

Domenica 17 Maggio 2015 di Pier Paolo Simonato
Riccardo Vit in azione
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SAN GIORGIO DELLA RICHINVELDA - Non è Manuel Neuer, né Gigi Buffon o Iker Casillas. Quindi non è uno dei portieri migliori del mondo.

Eppure ha parato un rigore a Leo Messi, quattro volte Pallone d’Oro, il top dei giocatori di calcio. Non è successo alla playstation, e neppure in un sogno di mezza estate. È capitato in una calda giornata d’inizio settembre 2003, sul campo non verdissimo di San Giorgio della Richinvelda, durante il Torneo internazionale dell’Amicizia. In una sfida del girone eliminatorio erano di fronte i padroni di casa del Gravis, tutti ragazzi di 15-16 anni, e i migliori prodotti della cantera del Barcellona. Quasi inutile aggiungere che gli azulgrana alla fine alzeranno il trofeo, nonostante la concorrenza di qualche grosso club italiano, come la Juve. A pagina 171 della biografia del fuoriclasse argentino, che sta diventando un film, viene ricordato quel giorno lontano nel Friuli Occidentale. A parlare è il vecchio maestro della "Pulce", Guillermo Hoyos: «In uno dei primi incontri, Leo sbagliò un penalty. Il portiere potrà vantarsi per sempre di aver parato un tiro dagli 11 metri al calciatore più forte del mondo». Quel numero uno del Gravis 2003 è Riccardo Vit, classe 1988, oggi addetto alla sicurezza in acciaieria.

Ce la racconti da guardiano dei pali: cosa provaste ad affrontare un gruppo di fuoriclasse?

«Eravamo tutti fieri - Ricky torna indietro nel tempo - di poterci misurare con i miti catalani. Le gambe non tremavano, nonostante il blasone degli avversari, e un verdetto naturalmente segnato in partenza. Loro erano mostruosamente veloci, di testa e di piede: con tre passaggi arrivavano davanti a me. A un certo punto un nostro attaccante fece un pallonetto che, aiutato dal vento, colpì in pieno la traversa. Fu uno dei pochissimi tiri concessi nell’intera competizione dagli spagnoli, che non a caso chiusero le loro fatiche senza subire alcun gol».

E la Pulce?

«Già dopo i primi 5 minuti ci eravamo resi conto che il loro numero 10, un tipo piccolino, agile, magretto e con i capelli lunghi, era micidiale. Credo mi abbia fatto tre reti e che la partita sia finita 16-0 per loro, ma la memoria nel risultato potrebbe tradirmi...».

Già, immagino che invece non la tradisca nel resto. Come andò la storia?

«Verso la fine del primo tempo l’arbitro fischiò un rigore per loro. Eravamo già sul 5-0, ma noi continuavamo a batterci. Sul dischetto si presentò proprio quel ragazzo. Non so se abbia utilizzato la finta con gli occhi o quella di corpo, perché io continuai a guardare fino all’ultimo soltanto il pallone. Mi tuffai a destra e, a mano aperta, deviai il pallone in corner. Oggi misuro 194 centimetri, ma già allora ero molto alto: se fossi stato più piccolo di certo non ci sarei arrivato».

Una bella soddisfazione, anche se Messi all’epoca era soltanto un ragazzo molto promettente e non un crac.

«È così. La cognizione di causa del gesto arrivò 9 mesi dopo, come un parto. Successe alla fine del maggio 2004. Leggemmo sullaGazzetta che Messi era già entrato nella formazione maggiore del Barca, con un contratto milionario e una clausola rescissoria da capogiro. Vedendo la foto sul giornale sobbalzai: era proprio l’attaccante al quale avevo disinnescato la massima punizione. Da lì in poi seguimmo la sua carriera con grande trasporto».

Chi c’era con lei in quella squadra?

«Eravamo tutti ragazzi della zona, senza "stranieri", per sviluppare meglio il senso del gruppo e dell’appartenenza al team del paese. Tra quelli ancora in attività cito Alessio D’Andrea del Vivai Rauscedo e Moreno D’Andrea della Real Castellana».

Invece la carriera di Riccardo Vit come proseguì?

«Passai due stagioni in prestito al Valvasone Asm e poi smisi. La voglia di pallone era diminuita, mi interessavano di più la scuola e la musica. Ai tempi suonavo la batteria».

La svolta?

«Nel 2010 mi laureai a Trieste in Tecniche della prevenzione. Ora lavoro come responsabile della sicurezza in azienda, spesso all’estero, per esempio in Malesia. Purtroppo non in Argentina».

Ma qualcosa di legato al football, nella sua vita, ci sarà ancora. Giusto?

«Certo. Seguo con passione l’Udinese e i Dilettanti regionali. Con gli amici abbiamo messo su una squadra di calcetto. L’idea è quella di divertirsi, finché il fisico ce lo consentirà. Il team si chiama gliIntrigàs a stà in pié e già rende l’idea del tasso tecnico e tattico che possiamo offrire al pubblico. Io ho conservato il vecchio ruolo».

Le sue doti da numero uno?

«Quelle del passato? Bene tra i pali, meno nelle uscite. A volte l’eccessiva tensione mi tradiva».

Hobby?

«Film d’azione, escursioni, compagnia e tanta musica alla radio, di tutti i tipi».

Quando sarà vecchio potrà raccontare a suo nipote in una sera d’inverno: "Un giorno ho deviato in angolo un rigore di Messi". Lo farà?

«Qualche volta - sorride - usiamo questa storia come "arma", prima di una partita, nei tornei estivi. I miei compagni sfottono gli avversari: "Non ci segnerete mai, quello è alto quasi due metri e in più ha stregato il mito". Purtroppo i rivali non si spaventano».

Leo è dribbling, fantasia, classe, vento in faccia agli avversari. Cosa può fare la Juventus per fermarlo nella finale di Champions del 6 giugno?

«È un problema loro, io ho già dato».

Come finì quel torneo?

«Vinse il Barca, battendo proprio i bianconeri. Lui tirò un altropenalty e lo segnò. Claro: di fronte non c’ero io...».

Ultimo aggiornamento: 18 Maggio, 18:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA