Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

La “tempesta di fuoco” ha bruciato 4mila ettari tra il Carso e le Prealpi friulane

Venerdì 5 Agosto 2022 di Antonella Lanfrit
Il bosco di Resia in fiamme
1

La terra è ancora calda per il tanto fuoco che ha dovuto sopportare e l’evento è già diventato caso di studio internazionale, con alcune conclusioni puntuali: a luglio tra il Carso del Friuli Venezia Giulia e quello sloveno sono andati in fumo 3.700 ettari di risorse boscate e persi 194mila metri cubi di biomassa, il 32% del volume pre incendio. E non è tutto. Nel conto vanno aggiunti i 218 ettari che sono bruciati in Friuli tra Resia, Resiutta, Taipana, Tolmezzo, Montenars, Clauzetto, contando gli incendi di luglio e quelli dall’inizio dell’anno, meno eclatanti ma sempre distruttivi. In totale, quindi, 4mila ettari. Una batosta che s’aggiunge a quella che i boschi della regione hanno subito nel 2018, piegati dalla tempesta Vaia. Allora, se ne andarono 3.700 metri cubi di foreste, abbattute in 3.400 ettari di bosco estesi su più di 20 Comuni della Carnia. Sui tempi di ripresa, gli esperti non hanno dubbi: da qualche decennio a parecchi decenni, dipende da aree ed essenze.

STUDIO DELL’UNIVERSITÀ

A fare il primo bilancio dei roghi che hanno funestato la zona carsica a metà luglio, bloccando autostrade e ferrovie e facendo sfollare persone dalle case, è stata l’Università di Udine con il gruppo di ricerca Ambiente e Territorio del Dipartimento di Scienze agroalimentari, ambientali e animali, impiegando dati satellitari. «Grazie alle immagini multispettrali fornite dai satelliti – spiega Luca Cadez, dottorando in Ambiente e vita – è stato possibile stimare la superficie bruciata e l’intensità del danno usando uno specifico indice implementato per monitorare questo tipo di eventi di disturbo degli ecosistemi forestali e associandolo alle classi di intensità dell’incendio definite dall’European forest fire information service. Ciò ha poi consentito di stimare l’entità del danno in termini di volume legnoso bruciato». La valutazione si è avvalsa dei dati forniti dal satellite Sentinel-2, missione dell’Agenzia spaziale europea nel programma europeo di osservazione terrestre Copernicus.

IL CALCOLO DEI DANNI

Complessivamente l’area interessata dal fuoco sul Carso copre una superficie di poco più di quattromila ettari, per lo più in Slovenia, 3.480 ettari. La superficie forestale interessata è stata di 3.693 ettari, il 92 per cento del totale. Il Comune più colpito è Miren-Kostanjevica, in Slovenia, con 2.750 ettari, mentre sul fronte italiano è Doberdò del Lago con 406 ettari. Incrociando i dati di intensità del danno, la misura delle altezze della copertura forestale e i dati di volume legnoso, il gruppo di studio ha modellizzato la biomassa forestale presente prima dell’incendio e ha stimato la perdita avvenuta a seguito dei roghi, sia al di qua che al di là del confine con la Slovenia. In totale, il patrimonio boschivo delle aree interessate dagli incendi ammontava a 614mila metri. Il fuoco ha distrutto il 32 per cento, pari a 194mila metri cubi. In un’analisi impietosa, i ricercatori hanno trovato qualche elemento positivo: gli incendi, sostengono, non sembrano aver distrutto completamente la vegetazione. Per almeno tre possibili ragioni: la particolare morfologia dell’area; la presenza di aree rocciose che hanno ostacolato la diffusione delle fiamme; il pronto intervento da terra e dal cielo degli operatori antincendio.

I TEMPI DELLA RINASCITA

Potranno rinascere, e se sì come e in quanto tempo, le aree verdi e boscate distrutte? La risposta non è né semplice né unica. «L’incendio di per sé è un disturbo naturale, il problema è la sua frequenza e intensità, perché questi aspetti stressano il sistema – spiega Giorgio Alberti, professore di selvicoltura e assestamento forestale -. In generale, ci sarà una ricostituzione naturale del patrimonio perduto». Se, per esempio, «il bosco è di latifoglie e le ceppaie hanno conservato la capacità rigenerativa o vi sono piante nei pressi che lasciano cadere il seme, la ripresa è più veloce – illustra Alberti -; se il bosco è di conifere, come a Resia, le tempistiche sono più lunghe». Anche sul carso l’andamento potrà essere differenziato. «Se le aree colpite sono piccole, i tempi sono abbastanza rapidi, nel caso di incendi su zone molto ampie, i tempi si dilatano». Il professore ricorda le stesse domande incalzanti all’epoca di Vaia e, come allora, ribadisce un concetto: «I tempi sono quelli della natura, che vanno oltre il nostro orizzonte. A seconda delle aree, per la ricopertura ci vorranno da qualche decennio a parecchi decenni».

CRESCERE IN PREVENZIONE

L’uomo può accelerare il processo? «Può fare opera di rimboschimento, ma è molto onerosa», osserva il docente. Occorre invece «crescere» in prevenzione. «La capacità di intervento nell’emergenza è notevole – analizza -. Si può fare di più per sensibilizzare a una migliore gestione del territorio: dall’asporto della biomassa morta all’interruzione forestale, con aree prive di vegetazione e perpendicolari alla direzione prevalente dei venti, fino a una riduzione dell’abbandono delle aree agrosilvo pastorali, specialmente in montagna».

Ultimo aggiornamento: 12:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA

PIEMME

CONCESSIONARIA DI PUBBLICITÁ

www.piemmeonline.it
Per la pubblicità su questo sito, contattaci