Mamma uccisa a coltellate, il compagno in carcere chiede di essere interrogato

Giovedì 22 Luglio 2021
Mamma uccisa a coltellate, il compagno in carcere chiede di essere interrogato

PORDENONE - Le indagini sul femminicidio di Aurelia Laurenti, la mamma di 32 anni uccisa a Roveredo in Piano il 25 novembre scorso, sono terminate. A fine giugno il sostituto procuratore Federico Facchin ha notificato il decreto di chiusura indagini a Giuseppe Mario Forciniti, 34 anni, infermiere originario della Calabria attualmente in carcere a Pordenone, confermando l'accusa di omicidio volontario aggravato perchè commesso contro una persona stabilmente convivente. L'iter processuale procederà con la richiesta di rinvio a giudizio e l'avvio del processo davanti alla Corte d'assise di Udine, perchè per i reati punibili con l'ergastolo non è più ammesso il rito abbreviato. Il difensore di Forciniti, l'avvocato Ernesto De Toni, ha chiesto che il suo assistito possa rendere interrogatorio prima che venga inoltrata la richiesta di giudizio. L'istanza è già stata accolta dal pm Facchin: la data è stata fissata per la prossima settimana.

 


IL TELEFONINO

Aurelia Laurenti è stata uccisa la sera del 25 novembre scorso, nella giornata dedicata, a livello internazionale, al contrasto della violenza contro le donne. Forciniti infierì con violenza, colpendola 19 volte al collo e al volto. L'autopsia aveva consegnato alla Procura i dettagli di un'azione che si era rivelata ancor più violenta di quanto apparso la notte della tragedia. I colpi mortali erano stati tre, forse quattro, tutti al collo, nella zona della trachea e dei grandi vasi arteriosi. Determinarono il decesso della 32enne per choc emorragico complicato da una insufficienza respiratoria. Nessun soccorritore sarebbe stato in grado di salvarla.


LE INDAGINI

A ricostruire le ultime ore di vita della 32enne e il suo rapporto con Forciniti erano stati gli investigatori della Squadra Mobile di Pordenone. Ne era emerso un quadro familiare difficile, segnato da una relazione che negli ultimi mesi si era logorata. Nella casa al civico 18 di via Martin Luther King, a Roveredo, dove la coppia stava crescendo due bambini, si era persa la serenità. Forciniti si è sempre difeso sostenendo di aver reagito a un'aggressione. Dopo aver massacrato la compagna, portò i bambini da una zia, gettò il coltello in un cassonetto dei rifiuti e andò in Questura, dove confessò una sola coltellata. Una «confessione parziale» la sua, così l'aveva definita la Procura.


IL TELEFONINO

C'è un punto su cui la difesa avrà molto da ridire. L'indagine è stata chiusa senza esaminare il contenuto del telefonino della vittima. Si tratta di un iPhone6 di cui non si conoscono le chiavi d'accesso e che la Scientifica non è riuscita ad aprire. Un tentativo è stato fatto anche con alcuni esperti di Monaco di Baviera, ma senza risultati. L'avvocato De Toni insisterà per poter esaminare messaggi e conversazioni presenti su WhatsApp o altri canali di messaggistica. Era successo anche per l'iPhone5 di Trifone Ragone, il caporal maggiore ucciso con la fidanzata nel parcheggio del palasport Crisafulli. La Apple negò l'accesso da remoto al telefonino e senza password c'era il rischio di perdere dati nella scheda di memoria. Fu aperto grazie a un'apparecchiatura acquistata nei siti degli hacker: lavorò tre giorni e trovò la combinazione esatta.
C.A.

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