L'infettivologo: «Noi medici e i no-vax, curarli è più complicato»

Domenica 19 Settembre 2021 di Marco Agrusti
L'infettivologo: «Noi medici e i no-vax, curarli è più complicato»
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Lo stile è il suo. Giovane, occhio dritto in camera, molto social. In Friuli Venezia Giulia ormai lo conoscono bene. Quello di Massimo Crapis, primario di Malattie infettive all'ospedale di Pordenone, è uno dei volti della pandemia. Non una viro-star, come ne sono nate molte, ma una voce rassicurante che dice di parlare a quelli che definisce i realtisti, cioè né pessimisti, né ottimisti. Ma fedeli alla realtà, ai fatti, ai numeri. Silente da settimane, è tornato a parlare dopo settimane in un momento decisivo per il contenimento del Covid e la convivenza con il nemico. E per la prima volta ha mostrato i segni della stanchezza e della difficoltà provate dai suoi colleghi di fronte all'ondata di no-vax.


Dottor Crapis, in che momento della pandemia ci troviamo?
«La parola che uso è confusione, come da qualche mese a questa parte. E proprio per questo motivo c'è bisogno nuovamente di una dose di realtà, prima che di vaccino. La cosiddetta quarta ondata ormai si sta stabilizzando, con valori che sono prossimi alla riduzione».
Come avete vissuto i contagi estivi in ospedale?
«L'ondata ha determinato un impegno da un punto di vista del sistema sanitario molto più ridotto rispetto alle precedenti, ma con una grandissima differenza. Si è presentata in anticipo rispetto ai tempi attesi, in un momento in cui stavamo cercando di ricaricare le batterie, alle prese con le ferie e gli organici ridotti. E poi ci sono delle nuove difficoltà evidenti nella gestione clinica, diverse rispetto al passato».
Può spiegarsi meglio?
«La diversità è più psicologica che concreta. Dovete pensare che la stragrande maggioranza dei pazienti ricoverati in ospedale non è vaccinata. Tra l'80 e il 90 per cento, per l'esattezza, e questo crea delle problematiche relazionali tra operatori sanitari e pazienti. Si fa fatica a non colpevolizzare il paziente per non essersi vaccinato».
Una volta accolti in reparto, che motivazioni adducono i pazienti non protetti?
«C'è chi ci chiede di non iniettare loro un siero che secondo loro modificherebbe il Dna, e non è affatto vero. Intendiamoci, tra loro c'è di tutto. Ci sono mille motivazioni che li hanno indotti a non vaccinarsi. Non c'è solo l'essere no-vax come ormai si usa dire. A volte c'è un po' di faciloneria. Ci sono tantissime persone che non si sono protette a causa della cattiva informazione che spesso proprio noi medici abbiamo contribuito a trasmettere, soprattutto da un punto di vista mediatico. E questo fa molto male e rende tutto più complicato. Però assicuro che noi operatori sanitari abbiamo ben chiaro il nostro dovere deontologico e manterremo fede a questi principi. Le cure verranno garantite nella stessa maniera a tutti, ma sarà più difficile per noi. Questo è umano sottolinearlo».
Ha parlato di errori di comunicazione da parte dei sanitari. Come si può rimediare ora?
«Partiamo da un dato: la vaccinazione sta assolutamente dando i suoi frutti. Da questo concetto non possiamo evadere. Quasi tutti i ricoverati sono non vaccinati. I pazienti immunizzati accolti in reparto sono sempre portatori di diverse malattie pregresse e chi è deceduto non lo ha fatto per forme gravi di Covid, ma proprio a causa delle altre patologie. L'arma che noi abbiamo è prima di tutto la vaccinazione».
Che in Friuli Venezia Giulia fa fatica a decollare soprattutto in alcune categorie. Qual è il rischio?
«Ricordo che il 17 per cento della popolazione con più di 50 anni non è ancora vaccinata. Quella è la fetta di cittadinanza che purtroppo finiremo per ricoverare, con una probabilità tra il 10 e il 30 per cento».
Che inverno avremo?
«Non ci illudiamo, il Covid ci sarà e non sarà facile fronteggiarlo. Ma sarà una stagione che grazie ai vaccini sarà diversa da quelle scorse».
 

Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 09:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA