Al Pronto soccorso con un infarto, ma è positiva al Covid e i reparti la "rifiutano"

Venerdì 15 Gennaio 2021 di Marco Agrusti
La donna è stata ricoverata in Terapia intensiva
13

PORDENONE - L’infarto del miocardio è una brutta bestia. Colpisce in modo improvviso. È una di quelle patologie che i medici chiamano tempo-dipendenti: prima intervieni, più possibilità ci sono di salvare una vita. Più tempo passa, più danni è in grado di provocare, sino alla morte del paziente.

È in casi come questi che è fondamentale la catena ospedaliera: pronto soccorso (quindi urgenza), diagnosi, reparto e prime cure. Ma in tempi pandemici capiti che salti proprio questo circolo virtuoso fatto di tempestività. E tutto per un “maledetto” tampone positivo. La storia arriva dalla provincia di Pordenone e riguarda una paziente giovane. Una donna di 40 anni, finita suo malgrado nei meandri delle procedure Covid nonostante fosse il cuore, e non una polmonite, ad attentare alla sua vita. 
IL RACCONTO
Alcuni giorni fa in uno dei reparti di Pronto soccorso della provincia di Pordenone, una donna di appena 40 anni si è presentata con i sintomi classici dell’infarto. Forte dolore al petto e al braccio. Era cosciente, lucida, ma aveva capito che qualcosa di grave stava accadendo all’interno del suo corpo. La procedura legata agli accessi in Pronto soccorso, però, è scrupolosa. È scattato immediatamente il tampone, diventato ormai una sorta di passaporto per accedere rapidamente a cure ospedaliere che prima erano garantite in meno tempo. All’arrivo in reparto dell’esito, è iniziato il calvario: positivo, la donna colpita in quel momento da un infarto del miocardio era anche stata contagiata dal Coronavirus. Tecnicamente, non aveva il Covid (cioè la malattia), in quanto totalmente asintomatica. Ma sempre di un caso positivo si trattava. E le procedure, inflessibili, si sono messe in moto. Anche una paziente colpita da infarto, infatti, non può “finire” nello stesso reparto di un negativo se presenta un tampone positivo. Ma dall’altro lato della staccionata c’era una patologia che non attendeva. Grave, acuta. Niente da fare. Dal reparto di Pronto soccorso dell’ospedale in cui la donna era stata accolta, sono partite molte chiamate: prima un reparto, poi un altro, sempre nel polo medico di Pordenone, l’unico a poter trattare un caso così grave. Niente da fare, il tampone positivo bloccava il trasferimento di una paziente colpita da infarto. 
I TEMPI
La 40enne era entrata in Pronto soccorso alle quattro del mattino. Dopo diverse ore era ancora in attesa del suo posto. La squadra del reparto la teneva ovviamente monitorata, ma sempre di un infarto si trattava. La necessità di un rapido trasferimento in un luogo maggiormente attrezzato era evidente. In mezzo, però, c’era il Coronavirus, a far paura a chi - nei reparti attrezzati - in tempi normali avrebbe accolto la donna in un lampo. Così è arrivato il pomeriggio del giorno successivo, quando finalmente la donna è stata trasportata a Pordenone, nel reparto di Terapia intensiva. Per lei è stato trovato un posto, nonostante l’emergenza in atto. Ora la 40enne sta meglio, è sempre sotto controllo e sono state avviate le terapie. È andata bene, insomma. Ma è la testimonianza di come la pandemia stia monopolizzando gli ospedali. Eccolo, spiegato attraverso un caso concreto, l’effetto del Covid sulla sanità. 

Ultimo aggiornamento: 18:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA