I 100 giorni che hanno salvato il Fvg dal Coronavirus: "Evitati centinaia di morti"

Martedì 7 Luglio 2020 di Redazione
Una Terapia intensiva dedicata al Covid
TRIESTE - La “lezione” della Lombardia, l’applicazione dei protocolli per le maxi-emergenze già presenti negli ospedali più importanti del territorio, la gestione sistemica e non locale della risposta. Ecco come il Friuli Venezia Giulia si è salvato dallo tsunami del Coronavirus. Lo ha fatto in sette-dieci giorni, tra la scoperta del paziente uno di Codogno (Lodi) e i primi ricoveri per Covid-19 nel reparto di Malattie infettive di Udine. E grazie al mix di questi tre fattori (tempi più dilatati, strade già asfaltate e approccio sistemico), come ha spiegato Fabio Barbone, direttore scientifico dell’Istituto di ricecra del Burlo Garofolo di Trieste, «sono state evitate centinaia di morti». 
TRE MESI IN TRINCEA
Il bilancio sulla gestione del picco dell’emergenza è stato fatto ieri nel corso di un convegno telematico a cui hanno partecipato i vertici della sanità regionale. «Abbiamo avuto la fortuna di arrivare 10 giorni dopo la Lombardia (il primo caso friulano è stato registrato il 29 febbraio, ndr) - ha spiegato Amato De Monte, direttore del Dipartimento di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale di Udine -. In 24 ore abbiamo creato i primi 12 posti di Terapia intensiva, una capacità poi estesa a una risposta teorica fatta di 150 letti. Abbiamo avuto il tempo per prepararci, anche per questo abbiamo salvato vite e accolto pazienti dalla Lombardia che sembravano senza speranze. Avevamo già dei piani per gestire maxi-emergenze attraverso la creazione di unità di crisi». «Abbiamo sempre avuto il tasso di contagio più basso del Nord - ha spiegato Barbone - e i dati lo confermano anche oggi, pur in corrispondenza di alcuni focolai che hanno fatto rialzare i numeri. L’attenzione non deve calare». «Non abbiamo perso quella settimana che ci è stata “regalata” - ha detto il vicepresidente del Fvg, Riccardo Riccardi -. I nostri numeri sono invidiabili perché siamo riusciti a ragionare come un sistema e non come tanti piccoli centri decisionali. Ora il problema deriva dalla gestione dei confini: non sappiamo come alcuni Paesi traccino i loro casi. Continuiamo a chiedere un intervento a Roma. Il futuro passerà dalla ridefinizione dell’assistenza tra domicilio e ospedale: Rsa, Case di riposo, centri per la disabilità». La responsabile della Direzione salute della Regione, Gianna Zamaro, ha invece posto l’accento sulla necessità di potenziare le risorse dedicate al sistema di prevenzione. 
I DATI
L’età mediana dei pazienti deceduti è stata di 82 anni e il 70 per cento di chi non ce l’ha fatta aveva tre patologie pregresse, come diabete, ipertensione e cariopatia ischemica. Anche all’interno delle case di riposo o Rsa, centri pur duramente colpiti, il tasso di mortalità è stato basso, cioè statisticamente dello 0,2 per cento su base regionale. Infine un focus sui bambini: il 57 per cento degli infettati ha presentato un quadro asintomatico, mentre solo il 3 per cento ha subito gravi conseguenze. Il restante 38 per cento presentava sintomi moderati.  © RIPRODUZIONE RISERVATA