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Attentato in Mozambico, il coraggio di don Barro: «Non lascio l'Africa, la pace è una sfida che riguarda tutti»

Venerdì 23 Settembre 2022 di Pier Paolo Simonato
Don Loris Barro

PORDENONE - Prima ha visto la morte in faccia, poi ha ricomposto pietosamente il corpo di suor Maria De Coppi brutalmente uccisa dai ribelli e infine si è rimesso al lavoro in Mozambico. Quello possibile, in una terra ormai dilaniata dalla guerra, dove il fanatismo jihadista diventa una comoda bandiera per coprire le razzie di banditi da strada, pronti a depredare anche i poveri del poco che hanno. Ma don Lorenzo Barro, pordenonese, già direttore del Seminario, responsabile della Pastorale giovanile e parroco di Aviano, non è uno che si arrende facilmente. Così ha affidato al settimanale diocesano Il Popolo una sua riflessione-analisi, in forma di editoriale. Racconta ciò che è successo a Chipene nella notte di sangue tra il 6 e il 7 settembre. E, soprattutto, spiega perché non si muoverà dalla sua trincea.

NOTTE SENZA FINE

«Tutto è iniziato poco prima delle 21 - scrive il sacerdote -. Due ore dopo, il grosso del gruppo armato era andato oltre». Dietro si erano lasciati tre cadaveri, compreso quello della 84enne suora di Vittorio Veneto, i locali bruciati e i pick-up distrutti. Nel frattempo il confratello Loris Vignandel, di Corva, gli aveva chiesto l'assoluzione generale dei peccati, in attesa del colpo fatale. Che per fortuna non è mai arrivato. Probabilmente perché lo scopo della feroce incursione - poi rivendicata dall'Isis - non era quello di uccidere i due pordenonesi. «Io e Loris siamo rimasti chiusi nelle nostre camere - racconta Barro -. Gli assalitori sono passati nella nuova casa degli ospiti, poi hanno aperto tutte le porte della Missione diocesana, tranne le nostre. Hanno preso le cose che volevano rubare e appiccato il fuoco a tutto il resto. Con il sorgere del sole siamo usciti, è arrivata la Polizia e abbiamo cominciato a recuperare il salvabile». Infine i due pordenonesi si sono diretti verso il vescovado di Nacala, su un mezzo di fortuna.

IL PRESENTE
«Davanti a noi - riflette ancora il 58enne fidei donum - c'è in primo luogo l'incertezza da superare. Per riparlare concretamente della Missione di Chipene dovremo capire quali condizioni di sicurezza si ripristineranno. Finché questa guerra non finirà è difficile pensare di poter lavorare per ricostruire le strutture così gravemente danneggiate. In questo momento credo che il massimo perseguibile sia stato fatto: mantenere i contatti con gli animatori e incontrare coloro che sono fuggiti». L'escalation del conflitto non lascia presagire nulla di buono, con scontri sempre più violenti in tutto il Nord del Paese.

IL FUTURO
«La nostra esperienza è stata dura e marcherà per sempre la nostra vita - ricorda don Barro nel suo editoriale per il settimanale -. Però noi siamo stranieri, bianchi: per questo tutto il mondo, per un momento, dà risalto a questa notizia. Abbiamo raggiunto rapidamente una posizione sicura e possiamo tornare a casa, ma c'è un'infinità di gente che quotidianamente vive questo stato di tensione e nessuno se ne dà pena. Sarà questa - si chiede - la giustizia? La sfida della pace riguarda tutti». Bisogna riuscire ad andare oltre l'emozione-pulsione dell'immediato, dunque, per provare a dare un senso anche all'opera e alla morte della religiosa veneta. «Se io sto bene, sono contento e penso che possa bastare così, sbaglio di grosso - conclude -. Dobbiamo operare per la pace, pensando con tutti e per tutti. Perché alla fine la storia ci presenta sempre il conto». E troppe volte diventa estremamente salato.

    
 

Ultimo aggiornamento: 16:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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