Virio Geminiani: «Così ho inventato il Palio di Monselice»

Lunedì 18 Ottobre 2021 di Edoardo Pittalis
Il palio di Monselice

MONSELICE - Vita da veterinario sul finire degli Anni Settanta nella campagna veneta. «Avevo 27 anni, ero arrivato da poco nella Bassa Padovana. Una mattina sono andato in una stalla per una fecondazione assistita, allora non c'erano i navigatori, in campagna dovevi arrangiarti: l'allevatore metteva agli incroci un bastoncino con una bandiera di plastica e tu seguivi sperando di non perderti. Mi aspettava un'anziana signora vestita di nero, col fazzoletto in testa. Il figlio le aveva raccomandato di essere cortese, lei è tornata con la bacinella dell'acqua calda, la saponetta ancora incartata e un asciugamano: Dottore ecco l'acqua e il sapone. E questo è il gancio dove appendere i pantaloni, ma io non voglio vedere, me ne vado». Non so bene cosa avesse capito, ma ha chiuso alle sue spalle la porta della stalla dicendo è la sincera verità dottore. Lo dicono spesso da queste parti.
Virio Gemignani, 72 anni, viene da Pisa. Da quasi mezzo secolo lavora a Monselice dove è stato anche assessore e vicesindaco: «Sono arrivato a 1700 voti personali di preferenza. Un'esperienza di vita da non ripetere». Soprattutto si è inventato una manifestazione che da quasi quarant'anni attira decine di migliaia di visitatori: ha creato il Palio con tanto di sfilata, sbandieratori e quintana. Virio si porta quel nome strano perché il padre era tifoso del Grande Torino e quando è andato all'anagrafe a denunciare la nascita del figlio non è stato capito bene. Forse voleva chiamarlo Virgilio come Maroso, il terzino di Marostica, morto un anno prima con l'intera squadra nell'aereo schiantatosi contro la collina di Superga. «Forse è stato frainteso, però non ho mai saputo la verità, non ho fatto in tempo a chiederlo a mio padre, è morto che non avevo due anni e mia madre Pieranna si è caricata me e mia sorella Ivonetta sulle spalle. Ha dedicato tutta la vita a noi, si è disintegrata per farci laureare: era la direttrice della Biblioteca comunale di Pisa ed è morta di una malattia fulminante a 55 anni poco dopo essere andata in pensione».


Un'infanzia difficile
«Un'infanzia di sacrifici, ma sono stato felice. Quello che mi ha salvato è stata la parrocchia di don Antonio Reginato, il parroco, che veniva da Bassano del Grappa. Il paese dove abitavo è a tre chilometri da Pisa, si chiama Oratorio, ha un'antica chiesa. Mi sono diplomato geometra e poi ho fatto Medicina Veterinaria a Pisa. Subito dopo la laurea sono venuto a Monselice che era il paese di mia moglie. Da studente avevo la patente di bagnino e d'estate andavo nelle colonie delle Ferrovie di Stato dove ho conosciuto Patrizia Raccanelli di Monselice che faceva l'istitutrice per i figli dei ferrovieri».


Come è stato l'impatto col nuovo lavoro e con una nuova regione?
«Sono venuto nel Veneto perché in quel periodo in Toscana le attività zootecniche erano in crisi e qui, invece, c'era ancora la tradizione nelle campagne di avere almeno un paio di mucche per il latte. Mi ha insegnato la professione il dottor Vittorio Magni veterinario di Conselve, poi nel 1980 ho avuto l'incarico della condotta di Monselice e avevo anche un ambulatorio per animali domestici, il primo in assoluto. In campagna c'era una mentalità particolare di persone che non si erano ancora integrate nell'attività industriale, lavorano sulla fiducia reciproca, si aiutavano l'uno con l'altro in caso di parto, di vendemmia, di mietitura. Non c'erano spazi abbandonati, le rimesse erano utilizzate per un secondo lavoro: bulloni per aziende, maglie... Il giorno centrale era il mercato del lunedì, tutti al Bar Commercio per gli affari. Poi anche nel Veneto la campagna è venuta meno».


Era il vecchio mondo contadino che scompariva
«Fino a pochissimi anni fa era rimasta la tradizione della macellazione di due suini a uso familiare che durava da quasi cento anni: era consentito da un decreto fascista del 1928. L'Unità Sanitaria che curavo comprendeva 49 comuni con 185 mila abitanti e si contavano più di mille macellazioni solo di suini a uso famiglia. Oggi sono rimasti gli animali di compagnia per i quali c'è stato un grosso boom, ma appena arrivato avevo pochissimi clienti e in campagna si lamentavano che il cane costava troppo. È stata un'evoluzione in positivo Un giorno mi portarono spaventati un gatto con la pancia gonfia, poi venni a sapere che erano andati alla giostra e con le palline avevano vinto tre pesciolini e la boccia dell'acqua. Il gatto per prendere i tre pesci si era bevuto tutta l'acqua!».


Quando è nata l'idea del Palio di Monselice? 
«Nel 1986 alle due di notte mi hanno portato un tasso ferito trovato da alcuni ragazzi sui Colli. Il giorno dopo d'accordo con l'ortopedico dell'ospedale, dottor Filippo Menarini, abbiamo deciso di operarlo per la frattura all'omero inserendo due chiodi. Durante l'intervento, parlando con Menarini, gli ho raccontato l'esperienza avuta a Pisa nel gioco del Ponte, il gioco tradizionale nel giorno del patrono. Si disputa tra parrocchie, tra gare, cortei, sfilate, sbandieratori, tamburi. La festa vera, uno spettacolo con la luminaria su tutta la facciata dell'Arno. Proposi: perché non facciamo anche noi una cosa del genere a Monselice?».


Tutto così semplice?
«Menarini ha sposato l'idea e abbiamo steso un programma, comprato tessuti con colori diversi, undici casacche e una bandiera per ogni gruppo che doveva sfilare con quattro armati, sei nobili, quattro paggetti e un dono caratteristico. Abbiamo mobilitato nove parrocchie, che sono punto di riferimento per la comunità, e via. Naturalmente c'erano i cavalli e abbiamo organizzato una Quintana ad anelli. È nato così il Primo Raduno Equestre Giostra della Rocca. A quel tempo ero nella Pro loco che aveva respinto il progetto, ho agito con l'appoggio del sindaco Vettorello, dell'assessore De Angeli e di Andrea Drago dell'Arpav, tutti democristiani dorotei. Quella domenica mattina di settembre Monselice si è rivestita improvvisamente di colori, ogni gruppo aveva portato 40 persone in costume. Avevano improvvisato sull'avvenimento del 1239 quando l'imperatore Federico II aveva visitato Monselice, si erano sbizzarriti nella ricostruzione storica, con spade e macchine da guerra. La gara dei cavalli si è svolta nel campo della Fiera, anche se nella notte qualcuno aveva rubato i 150 metri di corda che servivano per delimitare il percorso e rubato pure i bidoni della birra. E' stato un successo grandissimo».


A che edizione siete arrivati e come è andata col Covid?

«Siano all'edizione numero 36, il Covid ha fatto sospendere tutto per due anni, ma la gente ha continuato ad allenarsi. Nel tempo siamo arrivati a una sfilata storica di 2000 persone in costume con soldati, nobili, contadini, monaci e cavalli. È la sfilata con più partecipanti in Italia. A questo si aggiungono la Gara degli scacchi in costume la cui finale vede i migliori maestri d'Italia e d'Europa, e la Gara della macina, la Staffetta e il torneo egli Arcieri. La regina della manifestazione è la Quintana: 18 cavalieri, due per contrada, si scontrano in tre giri e cercano di infilare un anello a ogni giro sempre più piccolo. Gli animali corrono col percorso protetto come negli ippodromi; i fantini non hanno frustini e nemmeno speroni; facciamo l'antidoping ai cavalli e l'alcoltest ai fantini. Oggi la Giostra rappresenta Monselice e richiama oltre 10 mila persone. Non è sempre filato tutto liscio, un anno c'è stata l'invasione dell'asino in pista e sono dovuti intervenire i carabinieri. Una volta il macellaio Giannino Giora, capocontrada, aveva impagliato quattro pelli di cinghiale per la sfilata, poi le aveva sistemate in atteggiamento aggressivo dentro i bidoni della spazzatura. Alle quattro e mezzo bussano alla mia porta le forze dell'ordine, la gente era convinta che ci fosse un'invasione di cinghiali!».

Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre, 09:54 © RIPRODUZIONE RISERVATA