L'ex studentessa padovana: «Borsellino scrisse la sua ultima lettera a me»

Lunedì 29 Marzo 2021 di Gabriele Pipia
Sara Caon e la strage in cui è morto Paolo Borsellino

PADOVA - «Mia nonna mi diceva sempre: rivolgiti alle persone come se fosse l'ultima volta che parli con loro. Ecco, diciamo che quel giorno io non avevo usato tutto il garbo possibile...». 
Una lunga lettera scritta di getto, tra una lezione e l'altra, da una studentessa diciassettenne. E poi, cinque mesi più tardi, una meravigliosa risposta lasciata a metà. Sono entrambe esposte al bunkerino del museo Falcone-Borsellino di Palermo. La prima era partita da Padova il 3 febbraio 1992, spedita da una studentessa del liceo Cornaro che mise nero su bianco nove domande sulla lotta alla mafia. Quella risposta incompiuta, invece, è l'ultima lettera del giudice Paolo Borsellino, scritta dodici ore prima della strage di via D'Amelio. Iniziò a scrivere alle 5 del mattino di quel tragico 19 luglio 1992, arrivò alla quarta domanda e decise di fare una pausa. Andò a fare un bagno in mare, proponendosi di finire in un altro momento. Quel momento non arriverà mai.
Nel suo incipit Borsellino si rivolge ad una «gentile professoressa», senza sapere che la lettera è in realtà scritta da una vivace studentessa. Ventinove anni dopo Sara Caon è una donna impegnata nei temi dell'antimafia, tra le fondatrici dell'associazione Libera in Veneto, impiegata all'Università di Padova. Oggi ricostruisce nel dettaglio quei giorni.
Sara, come nasce il suo scambio con il giudice Borsellino?
«Nel gennaio 1992, da studentessa, organizzai un'assemblea sulla mafia e invitai diverse personalità tra cui il giudice. Lo contattai diverse volte tramite la sua segreteria, ma non rispose mai».
Quindi decise di scrivere una lunga lettera. Iniziando con un Gentile giudice dove quel gentile appare sarcasticamente tra virgolette.
«Ero arrabbiata, scrissi di getto su un foglio protocollo. In quelle parole ritrovo l'impeto di una liceale, rileggendole mi sono pentita».
Nei contenuti si riconosce?
«Sì, erano tutte domande puntuali e ancor oggi attuali. Due anni prima avevo partecipato ad un convegno sullo stesso tema: avevo 15 anni ed ero l'unica sotto i 40. Quelle domande servivano a far conoscere certi argomenti tra i miei coetanei».
La risposta non arrivò mai, nel frattempo il 19 luglio arrivò la terribile notizia.
«Ebbi quasi una crisi isterica. Mentre per l'attentato a Falcone ero scoppiata in lacrime disperata, per Borsellino ci fu dolore misto a rabbia. Era chiaro a tutta Italia che fosse un bersaglio». 
Come scoprì l'ultimo scritto del giudice?
«Venne trovato dal figlio Manfredi, sulla scrivania del padre. Un anno dopo lo lesse Antonino Caponetto, un altro grande magistrato, durante un'assemblea al liceo Tito Livio di Padova. Mi avvisò una persona presente in sala. Fu emozionante».
Ha tenuto i rapporti con loro?
«Con Caponnetto ci siamo frequentati a lungo. Con Manfredi Borsellino non c'è mai stata occasione di conoscerci, mentre ho incontrato più volte la sorella del giudice, Rita Borsellino. Ma non abbiamo mai fatto cenno a quell'ultima lettera».
Su questa storia lei ha sempre tenuto un basso profilo. 
«Sì, so che qualcun altro magari avrebbe potuto costruirsi una carriera ma io non ho mai voluto farmi pubblicità. Ritengo molto prezioso quello che ha scritto il giudice, non certo quello che avevo scritto io. Sono stata solo l'occasione, senza saperlo, per far esprimere a Borsellino i suoi ultimi messaggi».
Il suo impegno su quei temi, invece, non si esaurì a 17 anni. 
«Ho studiato Giurisprudenza e sono stata tra i fondatori di Libera in Veneto. Con me c'era don Luigi Tellatin, abbiamo collaborato con tutti i principali magistrati veneti che si sono occupati di mafia».
In questi trent'anni cos'è cambiato?
«La mafia è penetrata in Veneto come il coltello nel burro, ciò che temevo a 17 anni si è avverato. Ma oggi nelle scuole si lavora molto bene, realtà come Avviso Pubblico hanno un ruolo importante, la Dia è eccezionale. Il problema è tra i professionisti». 
In che senso?
«C'è tanto da lavorare per sensibilizzare commercialisti, avvocati, settori tecnici dei Comuni. In quella lettera Borsellino scrisse che lui fino a 40 anni era stato colpevolmente indifferente. Oggi la prospettiva si è rovesciata: c'è più indifferenza tra gli adulti che tra i giovani».
Oggi cosa teme?
«Il rischio è che la pandemia porti ulteriori infiltrazioni, speriamo di avere gli anticorpi. Quegli anticorpi che cercò sempre di diffondere Borsellino, fino alla sua ultima lettera».
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Ultimo aggiornamento: 17:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA