Simone suicida dopo il licenziamento. Il fratello: «Vergogna faremo giustizia»

Domenica 26 Gennaio 2020 di Gabriele Pipia
Simone Sinigaglia
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CINTO EUGANEO -  Alle 11.07, quando la messa è terminata da pochi minuti, Davide esce dalla chiesa e cammina a testa bassa verso la bara chiara del fratello Simone. Si china, la accarezza, e resta in silenzio sotto la pioggia per dieci eterni secondi. Poi, all'improvviso, fa un passo indietro ed esplode urlando tutta la propria rabbia. «Faremo giustizia, faremo giustizia! Non si fanno queste cose qua. È una vergogna». Quel silenzio viene rotto da un lungo applauso collettivo. È questo il momento più forte e struggente di una mattinata di dolore che ha coinvolto e travolto un intero paese, il piccolo Cinto Euganeo, e una grande storica azienda, la Ivg Colbachini di Cervarese Santa Croce, che conta circa 400 dipendenti.
IL GESTO ESTREMO
Simone Sinigaglia, quarantenne operaio con la passione per la pesca, si è tolto la vita mercoledì pomeriggio impiccandosi vicino al canale Gorzone poco dopo aver ricevuto la lettera di licenziamento. Simone ha perso il lavoro perché l'azienda gli ha contestato un utilizzo improprio della legge 104, quella che permette di godere di benefici per assistere un familiare infermo. La zia, nel suo caso. Per le mosse sindacali e per le eventuali azioni legali ci sarà tempo. Ora è solamente il momento del lutto. Un lutto, durissimo da accettare, che ieri ha portato nella piccola chiesetta di Fontanafredda almeno trecento persone tra familiari, amici, colleghi e semplici conoscenti del paese. 
Il funerale è alle 10 del mattino, ma alle 9 inizia già una lunga e lenta processione di occhi umidi e volti stravolti. La nebbia avvolge i colli euganei mentre comincia a piovere sempre più forte. Piove sui giovani colleghi che avevano appena fatto in tempo a conoscerlo e su quelli che lo conoscevano da una vita. Piove sugli anziani genitori Onoria e Tarcisio e sul fratello Davide. Guardano la bara portata in chiesa dagli amici pescatori e non trattengono le lacrime. «Grazie a tutti, grazie a tutti» sussurra la madre distrutta, con un filo di voce. «I vertici dell'azienda non ci sono, ma è meglio così. È stata la famiglia a non volere la loro presenza» mormora più di qualcuno.
IL SACERDOTE
Spetta a don Lucio Sinigaglia rivolgersi spiritualmente a Simone. «Questo è l'abbraccio di un'intera comunità, della tua famiglia, dei tuoi colleghi di lavoro e degli amici della pesca, di noi preti. Ma c'è soprattutto l'abbraccio di Dio, che con il calore del suo cuore ti prende per sempre dove non ci sono più dubbi, dove non ci sono più incertezze. Dove non ci sono lontananza e debolezza». Già, la debolezza. Quella che nelle sue ultime ore Simone non è riuscito a superare. L'omelia riserva un pensiero a Davide, fratello ma anche collega: «Ho capito in questi giorni che eri molto unito a Simone, che eri guida e punto di riferimento. Un fratello su cui contare. Simone era buono - prosegue il parroco -. Molto buono, troppo buono. E forse questa troppa bontà l'ha portato a pensare che tutti fossero buoni». 
La pesca, nelle parole del sacerdote, diventa metafora: «Non è solo sport. Quando una persona va a pescare si trova a volte da sola. Quindi ha tempo di pensare, di meditare, di ascoltare il silenzio e il dialogo della natura». Un silenzio che negli ultimi tempi l'aveva portato a tanti, troppi, cattivi pensieri. «Quando siamo in difficoltà - riflette il sacerdote - chiedere aiuto non è una debolezza, non è una sconfitta. Chiedere aiuto è il modo più bello e fiducioso per renderci conto che da soli non possiamo farcela e abbiamo bisogno di altri. Una telefonata, un messaggio, un sorriso, un incontro, una battuta di spalla». L'ultimo pensiero del prete è rivolto ai genitori: «Quando nella vostra casa anche le pietre chiameranno il suo nome, o quando passerà il classico freddo invernale o la classica brezza estiva, pensate che sia Simone che viene a trovarvi». 
Gli amici pescatori, rigorosamente con felpa verde indosso, ascoltano con gli occhi persi nel nulla e poi, alla fine della liturigia, pongono un cappellino sopra la bara. Molti piangono e tutti si fanno forza abbracciandosi. Idealmente è come se abbracciassero l'amico che non c'è più. 
Gabriele Pipia
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