Gestiva il nero all'estero mentre in Italia diventava Grand'Ufficiale al Merito

Domenica 5 Maggio 2019 di Gianluca Amadori
L'imprenditore padovano Pierino Dal Bello
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 Negli stessi anni in cui riceveva all'interno di scatole da scarpe ingenti somme di denaro, fatte rientrare di nascosto dalla Svizzera, l'imprenditore padovano Pierino Dal Bello veniva insignito dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, della prestigiosa onorificenza di Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana, su proposta della presidenza del consiglio dei ministri, al cui vertice sedeva all'epoca - il 2007 - Romano Prodi.
La singolare circostanza emerge dalle carte dell'inchiesta che ha coinvolto i commercialisti padovani Paolo Venuti, Christian e Guido Penso dello studio PVP, accusati di un riciclaggio di quasi 12 milioni di euro, in relazione alle somme di denaro che avrebbero gestito all'estero, tra Svizzera e altri paradisi fiscali, per conto di numerosi imprenditori che avevano bisogno di aiuto per non fare scoprire al Fisco ingenti provviste, quasi sempre risultato di attività svolta in nero e dunque senza pagare le tasse.
Nell'inchiesta nessuno degli imprenditori risulta indagato, sia perché i fatti sono piuttosto datati (e dunque in gran parte o interamente prescritti), sia perché tutti, nel frattempo, hanno usufruito dello scudo fiscale, regolarizzando la loro posizione (sia sul fronte tributario che penale) pagando pochi spiccioli a fronte di evasioni milionarie.
LISTA DE BOCCARD
I nomi degli imprenditori italiani - un centinaio in tutto - sono stati rinvenuti dal pm Stefano Ancilotto nella cosiddetta lista De Boccard, dal nome del consulente svizzero Bruno De Boccard, indagato per esercizio abusivo di attività finanziaria, perquisito dagli inquirenti lo scorso anno.
Un po' alla volta gli uomini della Guardia di Finanza stanno decriptando la lista e ascoltando uno ad uno gli imprenditori per capire se effettivamente avessero soldi nascosti in Svizzera e se si servissero dei commercialisti dello studio padovano per movimentare i soldi, custoditi in società fiduciarie appositamente costituite.
Dopo il sequestro da 12 milioni di euro eseguito a metà aprile e confermato pochi giorni fa dal Tribunale del Riesame (che martedì ha però ha disposto la trasmissione degli atti a Padova per motivi di competenza territoriale), le Fiamme Gialle hanno interrogato in qualità di persone informate sui fatti una mezza dozzina di imprenditori veneti, che si aggiungono ai venti già identificati e ascoltati nei mesi scorsi: tutti hanno ammesso di aver avuto fondi nascosti in Svizzera o in altri paradisi fiscali.
GLI ESTRATTI CONTO
Dal Bello, titolare di una importante azienda di importazione di frutta esotica, finanziatore di Massimo Bitonci nella campagna elettorale del 2014 (che portò l'esponente leghista di diventare sindaco di Padova) è stato ascoltato il 24 aprile e il verbale con le sue dichiarazioni sono state depositate - con molti omissis - di fronte ai giudici del Riesame. Agli uomini della Finanza, l'ottantenne imprenditore padovano, originario di Lusia, ha raccontato che fu il commercialista Guido Penso a presentargli Filippo di San Germano, anche lui indagato a Venezia per attività finanziaria abusiva: «Lui gestiva i miei conti in Svizzera - ha dichiarato Dal Bello (non indagato) - Mi mostrava solo gli estratti conto, che non venivano inviati a me in Italia ma, dietro la firma di una delega, li teneva Filippo in Svizzera che poi mi mostrava quando veniva in Italia. Solitamente mi incontravo con lui all'hotel Sheraton, due - tre volte l'anno per la rendicontazione dei miei conti. Preciso che Filippo di San Germano mi portava solo gli estratti conto, mentre, quando avevo bisogno dei soldi, provvedeva a portarmi il denaro Guido Penso, dello studio Penso (...) mi faceva firmare un foglio bianco dove sopra mettevo l'importo di cui avevo bisogno. Dopo una settimana circa venivo chiamato in studio dei Penso e mi venivano consegnati i soldi in contanti, a volte dentro delle scatole di scarpe».
Dal Bello è sicuro che lo studio Penso e San Martino fossero a conoscenza della provenienza del denaro: «Altrimenti non mi sarei avvalso del loro servizio, se avessi potuto portare direttamente io i soldi in Italia». L'imprenditore ha comunque negato che quei soldi fossero provento di nero: più semplicemente erano redditi esteri, non dichiarati a modello Rv, al contrario di quanto previsto.
Gianluca Amadori
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Ultimo aggiornamento: 23:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA