La denuncia del fratello di don Bizzotto: «Albino raggirato dai Sinti, ho paura per lui»

Venerdì 21 Maggio 2021 di Marina Lucchin
Don Albino Bizzotto in un campo nomadi durante una messa di Natale
2

PADOVA - Don Albino non riusciva a non aiutare i bisognosi. Questa era la sua vita. Da sempre agiva pensando al prossimo. E per questo aveva fondato i “Beati costruttori di Pace”. 
Da un paio d’anni a questa parte, però, il suo bisogno di mettersi a disposizione degli ultimi, senza giudicarli, era divenuto “compulsivo”. A tradire Bizzotto, come ha annotato il giudice nell’ordinanza, è stato il suo «impulso incontenibile di proiettare sugli altri la propria rettitudine e buona fede, essendo incapace di vedere nel prossimo il male, portando alle estreme conseguenze, la parabola del “buon samaritano”». 
In 11 si sono approfittati del suo buon cuore e l’hanno convinto a prosciugare tutto il suo conto corrente, a versare loro buona parte della sua pensione da sacerdote, a indebitarsi personalmente pur di aiutare quei sinti. Ma poi ha attinto anche ai fondi della sua associazione. E lì qualcuno ha iniziato ad accorgersi che c’era qualcosa che non andava.

L’ALLARME
A rivolgersi per primo alla guardia di finanza era stato il fratello di don Albino, Egidio Bizzotto, che vive nel Bassanese, il 4 giugno del 2020. Nella denuncia aveva descritto ai finanzieri una serie di condotte di ricatto e vessazione alle quali sarebbe stato sottoposto - come poi verificato - il fratello di un gruppo di sinti, che avevano avvicinato il sacerdote proprio in occasione della sua attività di assistenza e sostegno alle persone bisognose. D’altro canto Don Albino aveva sempre cercato di aiutare i nomadi, da lui ritenuti troppo spesso emarginati per mero pregiudizio. Tanto che in passato era andato nel campo nomadi di San Lazzaro per celebrare la messa di Natale. Egidio Bizzotto evidenziava l’atteggiamento del fratello di «completa ed incondizionata apertura» verso queste persone, «di acritica e totale fiducia nella loro sincerità e nella loro buone fede».

L’EVIDENZA
Bizzotto, però, aveva avuto prova che il fratello era “accecato” dalla sua buona fede: «L’atteggiamento di quel gruppo era sempre più sfrontato ed esigente» ma nonostante questo don Albino Bizzotto sembrava «incapace di cogliere i segnali di quella che appariva a chiunque evidente essere una condotta di raggiro e approfitta mento». 

LA DECISIONE
Il fratello ha deciso quindi di rivolgersi alla finanza quando improvvisamente «da circa un anno, la situazione si è fatta molto pesante - ha raccontato l’uomo alle fiamme gialle - Deve essere successo qualcosa di serio perché il flusso di denaro ha preso una impennata spaventosa. In tutti coloro che mi stanno chiamando per espormi il problema, sento una notevole preoccupazione perché non ha mai informato di nulla né i membri dell’associazione né gli amici più vicini. Riceve telefonate in continuazione che si apparta per ascoltare, si altera e appare irritato, risponde male con espressioni a volte sopra le righe, ma poi prende la bicicletta ed esce dalla sede per farvi ritorno una mezzora più tardi». Allo stesso fratello aveva fatto una richiesta di denaro: «Mi ha chiesto a bruciapelo mille euro da consegnargli l’indomani».

LE OFFESE
Il fratello ha poi raccontato ai finanzieri l’episodio avvenuto davanti dalla sede dei Beati costruttori di pace: «Una mattina si sono presentati due individui che, non essendo riusciti a ottenere quanto chiedevano, usciti nel cortile cominciarono a inveire contro di lui offendendolo con frasi del tipo “Tu sei disponibile solo ad aiutare le tue putt...” facendo riferimento evidentemente a donne di loro conoscenza che avevano ricevuto aiuti economici. E questo a voce alta, tanto da attirare l’attenzione degli abitanti del quartiere».

IL CONSULTO
Prima ancora di rivolgersi alla finanza, Egidio Bizzotto aveva contattato un amico del fratello, il magistrato della Corte d’Appello di Venezia Vincenzo Sgubbi per chiedergli un consiglio. Una volta esposta la situazione, il magistrato aveva contattato don Albino per chiedergli chiarimenti. «Lui è rimasto, contrariamente al solito, zitto. Gli ho detto di aver collegato le problematiche che stava vivendo con i quesiti giuridici che mi aveva posto tempo addietro. Gli ho detto chiaramente che nel nostro ordinamento per uscire dal carcere nessuno è tenuto a pagare alcunché e che se gli avessero raccontato il contrario si sarebbe trattato di una presa per il naso. Lui è rimasto senza parole». Il 12 giugno sempre Sgubbi fu contattato da don Albino per organizzare un incontro in presenza. In quell’occasione lo vide «ridotto a uno straccio, dimagrito, zoppicante e sciupato». La vice presidente dei Beati, Lisa Clark, gli spiegò che era per via di quel che stava succedendo. 
«Alla mia richiesta se avesse ricevuto minacce esplicite mi disse che solo una volta una donna gli aveva detto che se non avesse dato loro altro denaro lo avrebbe picchiato».

I CONTEGGI 
A seguito dell’incontro col magistrato, don Albino il giorno dopo si incontrò con la sua vice, Lisa Clark e altre persone a lui vicine per fare un po’ di conti, in base ad alcuni suoi appunti, delle somme consegnate agli indagati. Alla coppia Rewen Casalgrande e Paolo Di Colombi aveva dato oltre 122mila euro, a Patrik Casalgrande e Priscilla Henik altri 103mila, ad Alfonso Abruzzese e Glenda Casalgrande 60mila, a Brjan Argentini 37mila, a Elvis Henik e Pamela Casalgrande 34mila, a Maina Di Colombi 3mila, a Sonny Argentini 7mila, più altri 24 mila a un altro Sinto che non risulta indagato, per ora. Dopo di ciò don Albino si convinse a rivolgersi lui stesso alla Finanza.

LE RICHIESTE 
Nelle 14mila chiamate in 2 anni, i sinti hanno espresso le richieste più assurde. Come quella di Revin Casalgrande: «Albino, ci siamo presi il covid in Romania, siamo bloccati in aeroporto, ci servono i soldi per pagare un elicottero che ci porti a Padova». O quella di Patrik Casalgrande: «Albino, ci tengono in ostaggio in Slovenia, ci servono soldi per pagarli sennò ci faranno del male». Oppure: «Albino, mi servono i soldi per pagare l’avvocato, altrimenti mia moglie Glenda va in prigione». E le questioni familiari erano quelle più gettonate. Come quella volta in cui Paola Di Colombi aveva chiesto denaro perchè il marito Patrik se n’era andato a Bucarest da un’altra donna e lei voleva andare da lui per recuperare il rapporto e per questo le serviva il denaro per l’aereo.

DAVANTI AL GIP
Ieri i sei nomadi finiti dietro alle sbarre si sono trovati davanti al Gip Domenica Gambardella per l’interrogatorio di garanzia. Sonny e Brajan Argentini difesi dall’avvocato Pietro Sartori, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Ma hanno lasciato dichiarazioni spontanee. Sonny aveva convinto il religioso dicendo: «Se non mi dai i soldi mi uccido». Mentre Brajan puntava sulla necessità di cure alla schiena perchè avrebbe rischiato la paralisi. Il legale ha chiesto per entrambi la scarcerazione.


 

Ultimo aggiornamento: 09:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA