«Uccise la mia Cristina, ma Felice Maniero non ha mai chiesto scusa»

Giovedì 12 Dicembre 2019 di Nicoletta Cozza
Cristina Pavesi
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PADOVA Due giorni prima della tragedia aveva fatto un sogno. In cui vedeva se stessa morire, ma nel contempo vivere. Difficile da spiegare, quasi come se un dispiacere talmente forte da annientare, l’avesse tramortita. E sullo sfondo di quel fotogramma angosciante c’era un treno, lunghissimo, in corsa. Immagini inquietanti, a cui lei quando si era svegliata non aveva dato più di tanta importanza, ma che due giorni dopo si erano rivelate invece drammaticamente premonitrici. Quando aveva visto quella scena era la notte dell’11 dicembre del 1990, e il 13 era saltato per aria a Vigonza il convoglio al bordo del quale c’era la sua nipote prediletta, Cristina Pavesi, 22 anni, che stava tornando dall’Università dove era andata a concordare con il relatore la tesi di laurea.
 
A piazzare sui binari la carica di tritolo era stata la banda di Felice Maniero con l’obiettivo di assaltare un vagone portavalori delle Poste. Ma una drammatica fatalità aveva fatto sì che ad esplodere fosse stato un altro treno, il diretto Bologna-Venezia, che divenne la tomba per la giovane studentessa originaria di Conegliano. Oggi, a 29 anni di distanza, per Michela Pavesi, zia della ragazza, l’incubo continua. Il dolore è lo stesso. E il vuoto lasciato da Cristina resta una voragine.
Signora Pavesi, proprio di recente Felice Maniero è tornato alla ribalta della cronaca, perché accusato di maltrattamenti dalla convivente. Che effetto le fa rivedere quel volto?
«Mi fa male, molto male. Cristina è morta per colpa sua e mi sembra ieri. Comunque non mi sono stupita, in quanto lui non è mai cambiato. La prima condanna l’aveva avuta per violenza su due turiste perché non ha mai tenuto conto della dignità delle donne. E a quelle che gli erano vicine intimava di tacere, salvo la madre da cui dipendeva, tanto da essere chiamato “cotola”. Penso a quanta sofferenza ha inflitto, per esempio a tutte quelle madri che piangono i figli morti per la droga che vendevano lui e la sua banda». 
A un certo punto, però, ha dichiarato di essersi pentito.
«Ma non è vero. Non sono stupita che ora la convivente lo abbia denunciato, perché ribadisco che al suo pentimento non ho mai creduto. Solo a parole si è dichiarato dispiaciuto per la morte di Cristina. Se lo fosse stato davvero, avrebbe fatto qualcosa. A me non ha mai chiesto perdono, giustificandosi con il fatto che io non lo avrei mai “assolto”. Altri della sua banda, invece, si sono comportati diversamente».
Chi ricorda?
«Sicuramente Paolo Pattarello, il quale, sinceramente addolorato, si è presentato nel mio studio a Treviso. Ho capito che quello che diceva piangendo era vero. Mi ha detto che nei 37 anni che ha trascorso in carcere non è mai riuscito a darsi pace per la morte di Cristina. Alla fine, quindi, mi sono sentita di perdonarlo. Anche se quel commando criminale di lutti nella mia famiglia ne ha causati due».
In che senso?
«Esattamente un anno dopo, cioè il 13 dicembre 1991, abbiamo seppellito mio fratello, papà di Cristina, morto di crepacuore, come hanno affermato i medici. Aveva 50 anni, era sano e sportivo, ma non aveva retto al dolore. Ogni giorno andava al cimitero. E alla fine il suo cuore non ha più sopportato tanto strazio. Lui e Cristina sono morti per niente e non hanno mai avuto giustizia, visto che i componenti della banda Maniero per l’assalto al treno sono stati condannati soltanto a tre mesi: hanno dichiarato che non volevano uccidere, mentre il fatto che avessero messo una carica di tritolo secondo me significa il contrario. Invece da quel momento la vita di tutta la nostra famiglia è cambiata irrimediabilmente in peggio».
Durante questi 29 anni c’è stato per lei un momento particolarmente difficile?
«Sì, quando è morta mia madre e abbiamo aperto la tomba di famiglia per collocare l’urna con le sue ceneri. Ri-vedere la bara di Cristina per me è stato a dire poco terribile».
Era fortissimo il legame che vi univa.
«Era pazzesco. Lei è stata la prima nipote, attesa con gioia. Era bella, piena di vita, studiosissima, carismatica, ricca di ideali. E continuo a sentirmela vicina. Oggi come allora. Convinta anche che la memoria dia dei frutti. Due settimane fa sono stata a Bassano e ho parlato in una scuola davanti a 550 ragazzi che non hanno battuto ciglio per tutta la durata dell’incontro, ascoltando attentamente quello che raccontavo di lei. E questo mi ha dato grande conforto».
Fra poco sarà Natale. Come sarà il suo, pochi giorni dopo questo anniversario sempre così tanto doloroso?
«Il Natale da quando non c’è mia nipote non è più lo stesso. Nell’albero io metto una particolare stella in argento con un fiocco rosso: rappresenta appunto la stella di Cristina che mi conduce e che mi dà forza. Spesso la sogno e la rivedo com’era: allegra, che parla a casa mia. Poi mi sveglio e so che purtroppo non c’è e non tornerà mai più».
Lei odia Maniero?
«No, non sono capace di odiare. Però mi batterò sempre perché non facciano di lui un eroe, ma dicano in maniera oggettiva chi è. Ripeto, non lo odio, anche se sentire il suo nome mi provoca un dolore lacerante. Ogni tanto vado pure a Campolongo Maggiore, il suo paese, dove ci sono tante brave persone. E parlando capisco che la gente ha bisogno di questo. Lo faccio perché desidero che la mia Cristina diventi un seme di speranza». 
Nicoletta Cozza Ultimo aggiornamento: 11:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA