«Non hanno creduto ad Aycha, è morta abbandonata al suo destino»

Sabato 28 Novembre 2020 di Marco Aldighieri
«Non hanno creduto ad Aycha, è morta abbandonata al suo destino»
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PADOVA «Aycha non è stata creduta dalle autorità. C'erano tutti i segnali per emettere una misura restrittiva nei confronti del marito e poi non sono stati sentiti i figli, vittime di violenza assistita».

Non usa giri di parole Mariangela Zanni, presidente del Centro Veneto Progetti Donna, nel commentare l'uxoricidio di Cadoneghe nel giorno in cui Abdelfettah Jennati, difeso dall'avvocato Fabio Targa, di fronte al Gip Elena Lazzarin e al pubblico ministero Marco Brusegan, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Convalidato l'arresto, il marocchino resterà dietro alle sbarre di una cella della casa circondariale Due Palazzi accusato di omicidio aggravato dal legame di parentela. Martedì è stata fissata l'autopsia sul corpo della donna, e sarà eseguita dal medico legale Antonello Cirnelli.

LA DENUNCIA «Aycha, dopo avere denunciato ai carabinieri il marito per maltrattamenti - ha ripreso Zanni - si è rivolta a noi. Era una donna impaurita, che voleva troncare la relazione con il compagno e nello stesso tempo proteggere i suoi figli. Doveva venire per un secondo incontro, ma ha avuto un problema logistico. Era già pronto l'iter per mettere lei e i suoi figli in un programma di protezione. Aspettavamo la misura restrittiva nei confronti del marito come chiesto dai carabinieri, ma questa non è arrivata. E lei in quei giorni subiva la costante pressione del compagno, che la rivoleva a casa». Zanni è un fiume in piena, tanta è la rabbia per una morte che a suoi dire si poteva evitare: «L'autorità non ha creduto ad Aycha, ed è passato un messaggio molto negativo per tutte le donne vittime di violenza. Lei era andata a casa di un'amica con i figli, ma quando ha capito che nessuno fermava il compagno e che i suoi tre bambini volevano tornare a casa, ha rimesso la querela ed è rientrata nell'abitazione di famiglia». E infine: «Ripeto, i segnali per una misura restrittiva nei confronti del marito c'erano tutti. Quando lei è andata a presentare querela, lui continuava a chiamarla al telefonino. Dimostrare le violenze domestiche non è mai facile, i figli dovevano essere sentiti. E poi quale gelosia, lui è solo possessivo controllava ogni movimento di Aycha». Ma le dichiarazione della presidente Zanni, non trovano riscontro da quanto, già nei giorni scorsi, ha detto il procuratore capo Antonino Cappelleri: «Sia i carabinieri e sia la procura hanno agito nel pieno rispetto della legge».

LE INDAGINI Gli inquirenti, dopo l'autopsia, effettueranno un nuovo sopralluogo nell'abitazione di Cadoneghe. Obiettivo, trovare eventuali microfoni e telecamere installati dall'indagato per spiare la moglie. Ma non solo, anche cercare lettere o messaggini nel cellulare di lei spediti dal magazziniere di 39 anni. E poi quel coltellaccio da cucina, con cui Abdelfettah Jennati ha trafitto per due volte il petto della moglie. Chi indaga è convinto che possa essere stato acquistato per commettere il femminicidio. Insomma, gli inquirenti stanno battendo la pista della premeditazione. Intanto Fabio Targa, legale dell'indagato, sta preparando la linea difensiva. «Si è avvalso della facoltà di non rispondere - ha spiegato - perchè versa ancora in uno stato confusionale. Dentro la sua testa sente delle voci. Io chiederò a un mio amico medico una perizia psichiatrica. Il mio assistito è stato seguito a Catanzaro da un centro di sanità mentale e poi in famiglia ha un precedente di malattia mentale». L'avvocato poi torna sulla remissione di querela da parte della vittima e sul loro ritorno insieme. «Si sono riappacificati - ha spiegato Targa - per il bene dei bambini. E poi lui è un bravo padre, un grande lavoratore e non ha precedenti penali». E Abdelfettah Jennati dal carcere continua a ripetere: «Mi dispiace per quello che ho fatto. Amo mia moglie e sono preoccupato per i miei figli».

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