Moria di negozi in centro storico a Padova: le imprese passano da 1.051 nel 2012 a 928 nel 2020

Giovedì 25 Febbraio 2021
Moria di negozi in centro storico a Padova: le imprese passano da 1.051 nel 2012 a 928 nel 2020

PADOVA - «Desolante»: così è stato definito dell'Ufficio Studi di Confcommercio nazionale il quadro generale del commercio in Italia, fotografato nell'indagine sulla «Demografia d'impresa delle città italiane» e relativo a 110 capoluoghi di provincia più altre 10 città di media grandezza, tra le quali Padova.

Negozi che chiudono

Tra il 2012 e il 2020 è proseguito il processo di desertificazione commerciale: dalle città italiane sono sparite, complessivamente, oltre 77mila attività di commercio al dettaglio (-14%) e quasi 14mila imprese di commercio ambulante (-14,8%); aumentano le imprese straniere e diminuiscono quelle a titolarità italiana; a livello territoriale, il Sud, rispetto al Centro-Nord, perde più ambulanti, ma registra una maggiore crescita per alberghi, bar e ristoranti. Fin qui il dato nazionale. Il dato locale, per contro, se da un lato è in linea (è il caso del commercio al dettaglio preso nel suo complesso), dall'altro presenta difformità non marginali (ed è il caso dei negozi di base come gli alimentari). Tra il 2012 e il 2020 - secondo l'analisi - si è verificato un cambiamento del tessuto commerciale all'interno dei centri storici che la pandemia tenderà a enfatizzare.

Chiusure a Padova

Per il commercio in sede fissa, a Padova, il calo è pari al -11,70% in centro storico (le 1.051 imprese del 2012 sono diventate 928 nel 2020) e al -12,84% fuori dal centro storico (le 1.121 del 2012 sono scese nel 2020 a 977). Tra gli altri settori, chi paga le maggiori conseguenze è il comparto alimentare che lascia sul campo, rispettivamente, il - 11,81% in centro storico ed il - 16,91% fuori dal centro storico. Significativi i numeri relativi ai prodotti in esercizi specializzati (per cui moda, casa, ecc.) che si contraggono del -15,29% in centro storico e del -21,94% fuori. 

«La pandemia - commenta il presidente dell'Ascom Confcommercio, Patrizio Bertin - ha acuito certe tendenze e ne ha modificate »drammaticamente« altre: nel 2021 oltre ad un calo ancora maggiore per il commercio al dettaglio (prevediamo un -17,1%), si registrerà per la prima volta nella storia economica degli ultimi due decenni anche la perdita di un quarto delle imprese di alloggio e ristorazione (-24,9%) che pure, fino al 2020, a Padova avevano, presi nel loro complesso, numeri in crescita: +4,19% (centro storico) e +1,51% (periferie)».

Anche il commercio elettronico, che in Italia vale ormai più di 30 miliardi, registra cambiamenti a causa della pandemia: nel 2020 è in calo del 2,6% rispetto al 2019 come risultato di un boom per i beni, anche alimentari, pari a +30,7% e di un crollo dei servizi acquistati (-46,9%). «Città con meno negozi, meno attività ricettive e di ristorazione e solo farmacie e informatica e comunicazioni - continua Bertin - rischiano di privarci dei »nostri centri storici« come li abbiamo visti e vissuti prima della pandemia ed è, dunque, molto concreto il rischio che tutto questo si trasformi in minore qualità della vita dei residenti e minore appeal turistico».  Da qui le richieste che Confcommercio ha avanzato al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e che Bertin sposa in pieno: «Per fermare la desertificazione commerciale delle nostre città, bisogna agire su due fronti: da un lato, sostenere le imprese più colpite dai lockdown e introdurre finalmente una giusta web tax che risponda al principio 'stesso mercato, stesse regolè. Dall'altro, mettere in campo un urgente piano di rigenerazione urbana per favorire la digitalizzazione delle imprese e rilanciare i valori identitari delle nostre città».

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