Razzismo in campo, l'orgoglio di Moussa: «Non querelo e vado avanti»

Martedì 16 Novembre 2021 di Gabriele Pipia
Moussa Dhiedhiou

PADOVA - Guarda avanti tenendo la testa alta, come in campo. Moussa Dhiedhiou, centrocampista per passione e meccanico per professione: ventidue anni, origini senegalesi, un italiano quasi perfetto e un petto gonfio di orgoglio. Il 16 aprile 2017 è arrivato in barcone a Lampedusa, attraversando il Mediterranneo e superando l'incubo di non farcela. Ora non può certo fermarlo un gesto razzista.


Moussa, cos'è successo?
«Quello che mai avrei pensato potesse accadere in seconda categoria. Questo non è calcio, il calcio non guarda se sei nero, bianco o blu. Il calcio dovrebbe essere una cosa che dura 90 minuti e poi ognuno va a casa sua».


E invece siamo qui a parlare di un fatto bruttissimo. Ha ricevuto tanti attestati di solidarietà...
«Sì, anche dai ragazzi avversari. Ma loro non avevano colpe. L'unico responsabile è il tifoso che ha fatto quel gesto. Per fortuna a me personalmente non era mai capitato una cosa simile, né adesso né gli anni scorsi quando giocavo a Solesino».


Se ce l'avesse ancora davanti, cosa gli direbbe?
«Gli direi di andare a cercare la maturità e l'educazione che evidentemente i suoi genitori non gli hanno dato. Non so nemmeno se lo scuserei o no, non è questo il punto. Il punto è che serve educazione».


Il ragazzo che l'ha insultata potrebbe trovarsi indagato se lei presentasse una querela. Ci ha pensato?
«Sì ma non è quello che voglio fare. Ai gesti cattivi non si risponde con altri gesti cattivi. Per me è già tutto dimenticato, voglio andare avanti».


Dopo la partita cos'ha fatto?
«Io e i miei compagni di squadra siamo andati a bere un aperitivo a Monselice, era meglio non pensare a ciò che era successo in campo».


Proviamo a ricordarlo, però.
«La partita stava finendo. Avevo la palla, poi l'ho persa e l'arbitro mi ha fischiato un fallo. A quel punto quel tifoso mi ha insultato dalla tribuna. Hanno sentito tutti».


Ora però rischiate di perdere la partita a tavolino per abbandono del campo...
«E sarebbe un'ingiustizia. L'arbitro avrebbe dovuto sospenderla per insulti razzisti».


Episodi simili non le sono mai capitati nemmeno fuori dal campo?
«No, per fortuna no. Quando sono arrivato in Italia sono stato una settimana in Sicilia, poi sono stato subito accolto da una cooperativa e portato prima a Padova e poi a Solesino. Ora lavoro per un'azienda di Conselve e mi trattano benissimo. In Italia sto bene, vorrei rimanere qui».


Attualmente lei è un richiedente asilo. Cosa sogna?
«Di ottenere il permesso di soggiorno e di arrivare a giocare in serie A. Ma andrebbe benissimo anche realizzarmi nel lavoro per fermarmi qui in modo stabile».


Come era nata la scelta di partire in barcone?
«È una storia troppo lunga, preferisco non parlarne. Ora sto bene qui. E non me ne frega niente se a qualcuno non piacciono le persone di colore. A me basta piacere ai miei amici e a chi mi conosce».
Eccolo, il dribbling più bello.

 

Ultimo aggiornamento: 17:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA