Gianni Aricò: «Scolpisco emozioni in bronzo e cemento in giro per il mondo»

Martedì 11 Maggio 2021 di Adriano Favaro
Gianni Aricò

«Ho fatto il vaccino, ho compiuto 80 anni, nato a Quero, provincia di Belluno il 21 febbraio del 1941, e sto progettando una grande opera per Padova da collocare davanti la Stazione: la storia del Santo e della città, l'Urbs picta. Cosa ci si aspetta di più da uno, con la forza di adolescenza e la saggezza di un antico, che ha sempre scolpito ogni attimo della sua vita, nei sentimenti, nei sogni, nel bronzo o nell'argilla?
«Forse è vero - dice Gianni Aricò -  sono tra gli ultimi scultori veneziani». Se si gira per Venezia, Mestre, la provincia di Treviso, la Costa Smeralda, ma anche Miami o New York si trova il suo segno fatto con le mani, uno sguardo azzurro e le figure che sono sempre raffigurazioni del volto e dei sogni di Angela, la moglie, grande studiosa del Marin Sanudo, morta pochi anni fa.
Aricò, ci dice come è cominciato tutto, 80 anni fa?
«Mio padre era segretario comunale a Falcade, così divento montanaro: imparo le arti dei monti dall'A alla Z; mia madre era maestra e mi ha fatto vivere come un montanaro. Usavo tutti gli attrezzi e dividevo con la gente del posto i loro materiali, la loro abilità. Lì tutti dovevano sapere cosa fare non si piegano». 
I primi maestri?
«Ho conosciuto gli scultori Augusto Murer e Dante Moro. Con la Volkswagen di mio padre e con una corda legata al paraurti trascinavamo i grossi ceppi che poi Moro ed io scolpivamo».
Com'erano quegli anni?
«Che bellezza. E che gran freddo: ci scaldavamo con un'enorme stufa. Moro mi spiegava Arturo Martini, Emilio Greco, Henry Moore e mi diceva: devi leggere».
Con la scuola?
«Cinque anni di ingegneria e mi bocciavano sempre su esami come analisi, quelle cose lì di matematica; mi piacevano poco i conti. Allora Angela mi fa: smettila e iscriverti ad architettura. Sono entrato al terzo anno e ho concluso con la gloria del concetto di spazio umanistico».
E dalla montagna alla pianura.
«I miei si stabilirono a Mestre. Qui ho cominciato a proporre i miei lavori, convinto che sia l'artista che vede, überblick dicono i tedeschi: panoramica, abbraccio con lo sguardo. Trovai eccezionale la chiesa di don Giuseppe Visentin parroco di viale San Marco di Mestre, tutta buia e l'abside illuminata dall'alto, c'era il senso della trascendenza. Dobbiamo fare un Cristo - proposi che parte dall'umano e arriva alla luce di dio. Quell'opera la considero uno dei miei lavori più importanti. Avevo 26 anni, facevo scuola la sera agli operai in cambio del loro aiuto di giorno, era il mio modo di pagarli».
Lei usa spesso materiali forti come cemento armato, bronzo, anche vetro; ma l'idea è di solidità.
«Mi è servito studiare da ingegnere. Ho usato quel tipo di cemento con cui è fatta mezza Milano e che si può anche scolpire: sapevo bene dove e quanto ferro mettere dentro il calcestruzzo».
Il monumento a Cristoforo Colombo negli Usa?
«Per i 500 anni della scoperta di Colombo ci fu una gara per un monumento al navigatore italiano. L'idea fu di mia moglie Angela: Devi fare un uomo (Colombo, seduto su vetri di Murano) che scopre una bella donna addormentata (l'America); un navigatore che sta anche nel mondo rinascimentale. Ho vinto la gara con quel progetto».
Molti suoi lavori sono a Mestre: decorazioni di chiese, formelle delle porte del duomo di San Lorenzo, esterni ed interni del cimitero; e la fontana di via Piave, uno dei simboli della città.
«In un certo momento i commercianti di via Piave ritennero che quello fosse il centro della vita cittadina, la via era davvero meravigliosa allora. Un comitato pensò alla fontana che proteggesse dalla strada la biblioteca civica che si trovava lì. 14 statue che raccontano la storia di Mestre, dalla campagna alle industrie».
Altre grandi storie nelle porte del teatro Goldoni di Venezia.
«Sul finire degli anni 70, passo vicino al teatro, si stava terminando un lunghissimo restauro. Mi appare una fabbrica dove qualcuno stava montando saracinesche da macelleria. Ma xeo mato dico al tecnico che sta facendo i lavoro -. Non se la prenda con me, è decisione dellingegner capo. Avevo poco più di 30 anni e mi parai in faccia all'ingegnere: ma come vi permettete, quelle porte nel tempio dell'arte? Questo parla con l'assessore di allora, che mi chiama: Alle 9 domani mi porti qualche suo schizzo. Mia moglie, mia suocera ed io non dormiamo la notte. Al mattino i lavori abbozzati erano pronti: li porto in Comune ma non c'è nessuno. Li lascio in assessorato.
Allora? Storia finita?
«Macché, 20 giorni dopo viene un fabbro e mi dice: sono qui per le porte. Ma cosa dice? replico. Si erano dimenticati di chiamarmi e il lavoro doveva essere pronto per l'inaugurazione, dopo pochi giorni. Firmo così un contratto e penso che fare le porte traforate renda più luminoso l'edificio: si vede l'interno e l'esterno, altrimenti poteva sembrare il portone di un cimitero». 
Altre volte sono stati determinanti gli alpini.
«Un giorno mi vedo davanti un gruppo di anziani, tutti sui 90 anni, assieme al generale degli alpini Edoardo Giani. Hanno fatto la guerra 15-18, mi dice Giani, e vogliono un monumento per i 600 mila morti dimenticati. Dicono quelli che comandano non hanno fatto nemmeno un'opera sul Piave, invece i francesi hanno il loro mausoleo. Nasce un comitato che accoglie anche l'ingegner Hermes Farina, era stato nei corpi speciali sul Piave nella seconda guerra; e Franco Posocco, ora guardian Grando di San Rocco. Con altri abbiamo scelto il posto sul Piave, sulla Feltrina, di fronte al monumento dei francesi. Farina mi dice: fai il bozzetto e per i soldi ci pensiamo noi. Ho pensato alla canzone del Piave; ogni storia che il canto contiene è diventato un gruppo di alpini, senza armi. Finisce con una barriera umana che blocca gli austriaci e un bimbo - consiglio di mia moglie, Stefano, nostro figlio, fu il modello - che guarda al futuro».
Inaugurazione nel 1988, a 70 anni dalla fine della guerra.
«Avevo lavorato due anni nel mio studio a Venezia. Vennero in tantissimi, dalle Frecce Tricolori ad alcuni alpini con le divise dell'epoca. C'era anche il vescovo di Treviso di allora che era stato mio insegnante al liceo Pio X di Treviso. Spadolini, presidente del Senato, ci accolse a Roma per la presentazione».
Tanti lavori anche in giro per il mondo.
«La Regione Veneto collaborava con la Polonia ad un piano per le latterie e mi chiesero miei lavori per una mostra d'arte a Varsavia. Avevo molte opere ma mi sono fatto prestare anche quelle che avevo già dato, come Gli angeli della resurrezione, in vetro e oro con trombe, che teneva monsignor Valentino Vecchi a Mestre. Un autotreno pieno di statue arrivò fino al museo nazionale di Varsavia; una cosa imponente. Venne Andreotti diede uno sguardo alle opere e ne parlò come le avesse viste costruire una per una».
Mai annoiato, vero?
«Mai. Ma la perdita di Angela è stata la cosa più tremenda della mia vita. Ora ho tra le mani questo progetto a Padova, grande come cinque porte del Goldoni, spero di farcela. Ho sempre lavorato; e col mio studio sono riuscito a sopravvivere e non sono ricco. Mi resta un grande sogno: trovare un posto dove fare un museo e lasciare le mie opere alla città, più di mille. Ho fatto proposte ma nessuno risponde. Ho avuto la fortuna di vivere a Venezia e ho fede che la città rivivrà tempi importanti. E poi mi considero l'ultimo medaglista della Repubblica Serenissima: quasi tutte le istituzioni si sono celebrate con una mia opera».
 

Ultimo aggiornamento: 12 Maggio, 09:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA