Ennio Doris, Chiara Amirante (Nuovi Orizzonti): «Per lui la malattia era un dono, la morte non lo spaventava. Aveva fede in Dio»

Mercoledì 24 Novembre 2021 di Franca Giansoldati
Ennio Doris, Chiara Amirante, Lina Doris e due ragazzi della comunità Nuovi Orizzonti
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Città del Vaticano - «Sabato è stata la nostra ultima telefonata: ci siamo parlati a lungo e ci siamo salutati. Mi ha detto che stava vivendo la sua malattia con un grande senso di gratitudine e pace. Mi ha anche detto che la morte non lo spaventava, che sapeva di andare incontro ad una condizione di felicità. Poi ha aggiunto: sono solo un po' preoccupato perché lascio qui Lina da sola. Ma sono felice di partire». Chiara Amirante, la fondatrice della comunità cattolica Nuovi Orizzonti, è stata una delle ultime persone ad avere avuto un lunghissimo colloquio con Ennio Doris, il fondatore di Banca Mediolanum. Era un suo amico fraterno. «Ci siamo conosciuti anni fa, per caso. Un giorno ho ricevuto l'invito per fare un intervento a una convention di Mediolanum. Era bizzarro. Mi chiedevo perchè mai una banca volesse una testimonianza di Vangelo, sulla esperienza di Nuovi Orizzonti, in un ambiente finanziario, distante anni luce dalla nostra realtà. Nonostante lo scetticismo iniziale sono andata, e poi ho capito... “

Cosa?

«Che Ennio era un uomo di grandissima fede. Del resto anche le sue ultime parole lo denotano. Solo un uomo che crede in modo profondo può parlare così. In quel nostro ultimo colloquio emergeva la sua serenità rispetto al grande mistero della morte e, contemporaneamente, la consapevolezza dell'esistenza che dopo esiste qualcosa di più grande: l'amore di Dio». 

A quella convention non si è sentita un pesce fuor d'acqua?

«Ricordo che c'era Lina, la moglie, che aveva letto la mia autobiografia e certamente aveva raccontato qualcosa ad Ennio, per prepararlo, tanto che quando ci siamo salutati, dopo il mio intervento, ha voluto avere ulteriori dettagli di alcuni episodi che sono nel libro. E' così che è nata la nostra amicizia, a prima vista. Un uomo davvero buono ed empatico”.

Poi vi siete sentiti ancora?

«Da quel momento il rapporto è proseguito e si è consolidato nel tempo. Siamo diventati fratelli, e così anche con Lina. E poi è venuto a trovarci a Frosinone, dove abbiamo il centro della Cittadella. Ha conosciuto i ragazzi, era una persona curiosa, non si fermava alle apparenze, cercava l'essenza, faceva domande». 

Cosa raccontava della sua vita?

«Un giorno volle venire a fare un intervento da noi. Resta una testimonianza bellissima e vogliamo pubblicare quel testo perché Ennio parla della sua gratitudine al cielo per tutto l'amore che ha ricevuto nella vita. Si chiedeva perché proprio a lui era stato destinato tanto amore. La risposta che si dava era semplice: significa, diceva, che dovrò testimoniarlo nel mondo degli affari. Un mandato che negli ultimi anni sentiva in modo particolare». 

Il suo percorso spirituale lo ha maturato accanto a Nuovi Orizzonti?

«Egli aveva certamente una visione cristiana. Con noi però ha fatto un percorso spirituale straordinario. E' voluto entrare nei cosiddetti Cavalieri della Luce, persone che dopo una promessa si impegnano a trasformare le parole evangeliche, renderle concrete e portare la luce nel mondo, la rivoluzione dell'amore. Si definiva Cavaliere della Luce. Sentiva la responsabilità di testimoniare che più bene facciamo, e più bene ci ritorna. Che in fondo era una cosa vantaggiosa, un buon investimento». 

Le viene in mente un ricordo particolare?

«In questo momento una frase di San Paolo che ripeteva spesso e un quadro che gli avevamo regalato raffigurante la Lavanda dei Piedi. Mi chiese il perchè di quel soggetto e io gli spiegai, parlandogli delle beatitiduini, che l'essere al servizio degli altri rende felici. Quel quadro lo aveva voluto nel suo ufficio, per averlo bene in vista. Un giorno mi chiamò e mi disse che era vero, che più si vive l'amore come servizio e più si entra in una dimensione di gioia. Aggiungendomi: è sicuramente un anticipo della gioia futura, quella che non è di questo mondo, ma di quell'altro. Credo che fosse anche per questa convinzione profonda che vivesse la leucemia come un dono, come uno strumento di comunione, un ponte per una dimensione che in fondo sentiva già vicina». 


 

Ultimo aggiornamento: 28 Novembre, 13:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA