​Coronavirus. «Da infermiere a paziente vi racconto il mio inferno dentro l'ospedale di Schiavonia»

Giovedì 30 Aprile 2020 di Angela Pederiva
Coronavirus. «Da infermiere a paziente vi racconto il mio inferno dentro l'ospedale di Schiavonia»

Viaggio all'inferno, e ritorno. L'inciampo nel contagio, la caduta nella malattia, la lotta per la sopravvivenza. Ma anche il lento risveglio, la fatica della risalita, la guarigione conquistata un passo dopo l'altro. Un'esistenza che cambia di colpo, da infermiere a paziente, tutto dentro il Covid Hospital di Schiavonia, centro di riferimento per il territorio dell'Ulss 6 Euganea diretta da Domenico Scibetta. Sono trascorsi settanta giorni dall'inizio dell'emergenza Coronavirus e per la prima volta Lanfranco Mazzon racconta il suo incubo, cominciato giusto un mese e mezzo fa: «Sono ancora un po' affaticato, ma sento che parlarne mi fa bene».

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Com'era la sua vita prima?
«Assolutamente normale. Quella di un uomo di 62 anni, sposato con Tamara, casa a Este. Infermiere dal 1992, dal 2014 nel reparto di Medicina a Schiavonia. Piccole passioni: l'orto dietro casa, la bicicletta. Nessun particolare problema di salute».

Poi è arrivato il 21 febbraio...
«Quel venerdì ero di turno, nel mio reparto era ricoverato Adriano Trevisan. Ad un certo punto si è scoperto che aveva il Coronavirus. L'abbiamo visto aggravarsi e trasferito in Rianimazione. Poi purtroppo non ce l'ha fatta... Ci hanno sottoposti al tampone, l'esito non arrivava, per 25 ore siamo rimasti chiusi dentro l'ospedale. Ma ero tranquillo, perché non avevo sintomi. Difatti sono risultato negativo e ho ripreso a lavorare».

Era preoccupato?
«Certo che sì. Bisognava allestire l'area Covid nel più breve tempo possibile, protetti con i dispositivi che c'erano allora. Ho seguito esclusivamente pazienti positivi al Coronavirus fino al 15 marzo. Era una domenica, alla sera mi è salita la febbre a 38, perciò sono rimasto a casa. Martedì il secondo tampone è risultato nuovamente negativo, però la febbre c'era ancora. Così il 21 marzo ho deciso di andare in Pronto Soccorso, dove mi hanno fatto il terzo tampone, questa volta con esito positivo».

Ed è stato ricoverato: cos'ha pensato in quel momento?
«Me lo aspettavo, dati i sintomi. Ho provato un po' di paura, ma ho anche sperato che la malattia si manifestasse in forma leggera, come in altri casi visti. Infatti dopo cinque giorni la febbre è passata. Allora mi sono detto: Dai che adesso le cose si sistemano. Invece...».

Invece?
«La sera del 27 marzo la temperatura è improvvisamente risalita a 40. La Tac era completamente bianca: Mai vista una cosa così, dicevano i medici». 

Cosa significava?
«Che il virus aveva lavorato, nascondendo gli alveoli, i polmoni, tutto. Avevo difficoltà a respirare, hanno deciso di intubarmi. Mi hanno dato la morfina e poco dopo ero sedato. In quegli ultimi minuti di coscienza ho pensato a mia moglie e mi sono detto: Qua le cose sono peggiorano, speriamo di uscirne vivo.... Di quella settimana in Terapia Intensiva ovviamente non ricordo niente. Mi è stato poi raccontato che i medici comunicavano tutti i giorni con i miei familiari, spiegando loro la gravità della situazione. Mio fratello Mario ha avuto una crisi ipertensiva: aveva la minima a 110. E a Tamara tremavano le gambe ogni volta che le squillava il telefono. Poi finalmente il mio fisico ha cominciato a reagire alle terapie». 

Quali?
«So che mi hanno dato il Plaquenil (l'idrossiclorochina, farmaco antimalarico, ndr.), ma anche uno spray a cui il mio corpo ha risposto. Sono rimasto altri tre giorni in Semi-intensiva e poi tramite il tablet ho rivisto mia moglie. Dai che ce la fai, mi ha detto lei. Cerco di fare del mio meglio, ho promesso io. Confesso che ho pianto...». 

Com'è stato il decorso?
«Dopo due tamponi negativi consecutivi, ho provato una grande gioia. E il 24 aprile, dopo oltre un mese di ospedale, sono stato dimesso. Un conto è starci per lavorare, un altro per farsi curare: mi sentivo in gabbia. Ma posso solo ringraziare tutti i sanitari di Schiavonia che mi sono stati vicini in modo encomiabile: mi hanno salvato la vita». 
Sono eroi, come ora vengono chiamati, pur preferendo definirsi solo dei professionisti?
«Sono sempre stati degli eccellenti professionisti. Ma in questo periodo medici, infermieri e operatori sociosanitari hanno dato più del dovuto, tanto che molti in Italia sono morti. Questo è stato eroico». 

Ha voglia di tornare al lavoro?
«Sì, ma prima dovrò fare il sesto tampone. Intanto continuo la riabilitazione a casa, perché adesso ho la tachicardia e ho perso la forza muscolare. Spero di tornare come prima, mi basta la salute, non chiedo altro. Questa esperienza mi ha insegnato che la vita è preziosa: finché stai bene non ci badi, ma quando stai male capisci cosa hai perso».

Cosa pensa delle riaperture? Teme nuovi contagi?
«Da una parte bisogna ripartire, perché se si ferma tutto, andiamo a ramengo. Dall'altra però bisogna muoversi in assoluta sicurezza: mascherina, gel, distanze. Sennò ci ricadiamo dentro e io, che ci sono già passato una volta e mi è bastato, non lo auguro a nessuno».

Ultimo aggiornamento: 10:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA