Pandemia, il sesso debole è maschile: in Veneto l'80% dei malati gravi è uomo Ecco perché

Giovedì 30 Aprile 2020 di redazione online
Donne protette

L’epidemia di Coronavirus ha tanti lati oscuri, forse troppi. Negli Usa, ad esempio, il tema  "caldo" è la disparità tra uomini e donne per quanto riguarda gli effetti. Uno dei dati più eclatanti in questo campo emerge peraltro a Nordest dove fra i pazienti  in terapia intensiva ben l'80% è di sesso maschile, fra i deceduti invece la differenza è meno marcata (60 a 40%).
Su scala mondiale dal recentissimo  report del Chinese Centre for Disease Control  emerge che sebbene uomini e donne siano esposti all’epidemia allo stesso modo, il tasso di mortalità dei primi è nettamente maggiore: 2,8 contro 1,7 per cento. Gli uomini «sono stati più facilmente vittime anche delle epidemie del passato, come la Sars, dove il tasso di mortalità maschile fu +50%, o la Mers che causò la morte del 32% degli uomini contagiati e di circa il 26% di donne.

Su una cosa gli scienziati sono sicuri: «Quando si tratta di opporre una risposta immunitaria a una infezione gli uomini sono il sesso debole». Sul piano biologico pare infatti che il sistema immunitario femminile sia più resistente agli attacchi esterni anche perchè la pressione del sangue è maggiore negli uomini e crea facilmente ulteriori problemi agli individui con patologie respiratorie. E per il Coronavirus è più mortale tra gli uomini il motivo va ricercato anche nello stile di vita, che in Cina - ad esempio - è molto diverso sotto un aspetto in particolare: il fumo. Come sottolinea il Nyt, i cinesi rappresentano un terzo dei fumatori di tutto il mondo e il tabacco che consumano è circa il 40% di quello globale, ma mentre appena il 2% delle donne cinesi ne fa uso questa percentuale sale fino ad oltre il 50 tra gli uomini.

L'ESPERTO PADOVANO
«Il sesso debole? Con Covid-19 non ci sono dubbi: è quello maschile a causa delle intrinseche differenze ormonali e genetiche tra generi». Ne è convinto l'andrologo Carlo Foresta dell'Università di Padova, che ieri ha coordinato un seminario via web sul 'Sistema endocrino-riproduttivo e Covid-19', e che all'Adnkronos Salute spiega: »Sono convinto che sarebbe opportuno adottare un trattamento differente tra uomini e donne per battere il virus«. Nel corso dell'incontro si è discusso molto sulle attuali conoscenze relative ai meccanismi attraverso i quali il Sars-CoV-2 presenta manifestazioni cliniche di diversa gravità e frequenza nei due sessi, e di come queste possano indicare nuove e mirate strategie farmacologiche. Dalla discussione è emerso che le conoscenze attuali »escludono - ribadisce Foresta, che aveva già analizzato la questione qualche giorno fa - che il testicolo possa essere una sede di accumulo del virus e quindi avere un ruolo nella gravità della patologia. D'altra parte ad oggi in nessun caso è stato individuato il virus nel liquido seminale di soggetti infetti«. Le cause della maggior gravità e letalità da Covid-19 nel sesso maschile »va ricercata nelle intrinseche differenze ormonali e genetiche tra i due generi«. Foresta, coadiuvato da Emanuela Rocca e Andrea Di Nisio dell'ateneo padovano, ha evidenziato come numerose »cause genetiche e ormonali siano alla base della diversità di manifestazioni cliniche nei due sessi».

«La diversa costituzione dei cromosomi sessuali, XX nelle donne e XY negli uomini, può determinare una predisposizione del maschio a sviluppare forme più severe dell'infezione. Inoltre gli ormoni maschili come il testosterone facilitano l'estensione dell'infezione e quindi lo svilupparsi di manifestazioni cliniche più gravi«, spiega ancora Foresta. Dal canto suo Luca De Toni dell'Università di Padova ha proposto, sulla base delle evidenze scientifiche internazionali, varie ipotesi di trattamento genere-specifico, analizzando molecole anti-androgeniche già utilizzate contro il tumore alla prostata. Inoltre ha sottolineato la possibilità che un farmaco in sperimentazione, il camostat mesilato, »agisca bloccando il meccanismo d'ingresso del virus, con possibile riduzione della capacità infettante«. Durante il seminario, Mauro Costa dell'Ospedale evangelico internazionale di Genova ha affrontato il tema di Covid-19 nelle donne in gravidanza: la gravidanza non peggiora l'andamento clinico dell'infezione, ma va valutata con attenzione la presenza di fattori di rischio che aggravano il decorso di Covid-19 (ipertensione, obesità, diabete, patologie immunitarie o rischio di trombosi). Frequentemente le donne in gravidanza positive al tampone risultano asintomatiche, tanto da suggerire ai ginecologi cautela e controlli in tutte le gravidanze anche in assenza di sintomi. Infine è stato sottolineato che i neonati possono contrarre l'infezione dalla madre dopo la nascita, mentre non è ancora unanime il giudizio sulla possibile trasmissione attraverso la placenta. Andrea Doria dell'Università di Padova ha affrontato l'approccio terapeutico per contrastare la tempesta infiammatoria tipica delle manifestazioni cliniche più gravi. L'ampia variabilità delle manifestazioni cliniche, ricordano gli esperti, dipende dalla capacità del nostro organismo di elaborare una risposta immunitaria efficiente. Nella relazione sono state descritte le numerose molecole attualmente in uso, anche in via sperimentale, per contrastare l'infiammazione, tra cui clorochina ed idrossiclorochina, colchicina, anti recettore dell'IL-6 (interleuchina 6) e anti recettore dell'IL-1. Questi farmaci sono impiegati nelle situazioni emergenziali e sono in corso studi clinici multicentrici per valutarne l'efficacia clinica e la sicurezza.

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