Caporalato, coinvolte tre aziende padovane
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inchiesta caporalato, coinvolte tre aziende padovane

di Marina Lucchin


PADOVA - Nuovo caso di caporalato nel Nord Est, che affonda le radici anche nella nostra provincia. Società fittizie sarde fornivano illegalmente manodopera a 37 aziende, tra cui tre padovane, che impiegavano lavoratori provenienti dall'Italia e dall'estero, senza contributi e assicurazioni. Oltre mille posizioni lavorative irregolari individuate e 59 persone indagate.

Tra queste i tre legali rappresentanti delle altrettante aziende padovane coinvolte: Mauro Moro, residente a Favaro Veneto (Venezia), della Test Planet Snc di Limena, Cizzoli Fabrizio, di Noventa, della Welded Pipe Industries srl, sempre di Limena, e Fabio Lamon della Pimi srl di Trebaseleghe. Sono i risultati dell'operazione Sardinia Job messa a segno dalla guardia di finanza di Pordenone. I fascicoli relativi ai tre imprenditori sono stati inviati alla Procura di Padova, che ha la competenza territoriale, da quella di Pordenone, dove è partita l'operazione.


Le indagini hanno permesso di sgominare un sodalizio criminale operante nella gestione di appalti illeciti di manodopera - il cosiddetto caporalato - in aziende manifatturiere e industriali nell'Italia Settentrionale. Le regioni coinvolte sono il Friuli Venezia Giulia, il Veneto, la Lombardia, oltre alla Sardegna, da cui il nome dell'inchiesta. Si procede per i reati di associazione per delinquere, reati tributari e riciclaggio.

Era un pregiudicato per reati finanziari residente in provincia di Pordenone il cervello dietro alla complessa organizzazione di 13 società fittizie, con sede a Sassari, che avrebbero fornito manodopera in maniera illecita a numerose aziende manifatturiere del Nord Italia, tra cui le tre padovane, configurando per la guardia di finanza il reato di associazione per delinquere finalizzata al caporalato, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio.

Il sistema scoperto dalle Fiamme gialle consisteva in falsi rapporti di appalto o subappalto con società fittizie intestate a prestanome, sulle quali venivano fatti convergere gli obblighi fiscali e contributivi della manodopera, che appariva sul piano formale dipendente da esse anziché da quelle dove realmente lavorava. Le fatture emesse riguardavano il mero impiego della manodopera per prestazioni di servizio invece che «fornitura di manodopera». 

La Guardia di Finanza di Spilimbergo ha accertato 37 aziende che impiegavano questa tecnica, nelle provincie di Venezia, Brescia, Padova, Treviso, Vicenza, Bergamo, Modena, Pavia e Milano, e i cui rappresentanti legali sono ora indagati, in tutto 59 persone, dei quali quattro per associazione per delinquere, 48 per reati tributari e sette per riciclaggio di circa 700.000 euro, effettuato tramite carte prepagate e vaglia postali. Individuate 1.057 posizioni lavorative collegate a questi impieghi illegali di manodopera, e fatture per operazioni inesistenti per circa 21 milioni di euro.

Il Gip di Pordenone su richiesta della Procura ha disposto un sequestro per equivalente per circa 4 milioni di euro nei confronti del principale indagato, pari a due immobili di pregio, disponibilità finanziarie e due autovetture di lusso. Nella sua abitazione sono stati infine sequestrati 55.000 euro in contanti nascosti sotto il ripiano di una scrivania. I lavoratori erano provenienti da Slovenia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia e dal Sud Italia, e risultavano occupati senza che venissero versati i contributi fiscali, previdenziali, assicurativi e giuslavorativi; le aziende che li impiegavano emettevano fattura alle società intermediarie detraendo l'Iva; queste ultime venivano quindi messe in liquidazione o lasciate inattive e sostituite con altre dalle medesime caratteristiche.
 
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Giovedì 11 Gennaio 2018, 16:16






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1 di 1 commenti presenti
2018-01-12 09:25:05
E hanno beccato solo la punta dell'iceberg...