Bolsonaro cittadino onorario di Anguillara. La visita al Santo e l'imbarazzo della diocesi: «Il presidente ora rispetti salute, ambiente, poveri»

Giovedì 28 Ottobre 2021 di Alessandro Marzo Magno
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Giusto cento anni fa, il 27 ottobre del 1921, il celebre fisico tedesco giunse in città per rendere omaggio al collega matematico Tullio Levi Civita. Qui lo scienziato illustrò i primi fondamenti della teoria della relatività. Nacque tra i due un sodalizio utile per le ricerche di entrambi. Una collaborazione professionale divenuta fitta corrispondenza e amicizia tra due grandi cervelli.


LA STORIA


Il 27 ottobre 1921 nell'Aula magna dell'Università di Padova prende la parola un oratore molto noto: Albert Einstein. Il fisico tedesco è venuto al Bo per rendere omaggio ai due matematici che gli hanno permesso di elaborare la teoria della relatività. Senza Gregorio Ricci-Curbastro e Tullio Levi-Civita, entrambi docenti nell'ateneo patavino, non ci sarebbe stata nessuna teoria della relatività generale. Einstein e il matematico svizzero Marcel Grossmann, avevano compiuto alcuni errori, rilevati da Levi-Civita che con Einstein intrattiene una fitta corrispondenza: una quindicina di lettere tra marzo e maggio 1915. Lo scambio di missive si interrompe con l'entrata in guerra dell'Italia, ma è stato sufficiente per rimediare agli errori. Anni dopo, alla domanda su cosa gli piaccia dell'Italia, Einstein risponderà: «Spaghetti e Levi-Civita».


OSPITE PRESTIGIOSO

Peccato che il matematico padovano, epurato dalle leggi razziali del 1938 e morto suicida tre anni più tardi, fosse ormai del tutto dimenticato. Nell'ottobre di cento anni fa l'Aula magna è gremita: Einstein è un personaggio famoso e gli studenti vogliono ascoltare la teoria della relatività generale spiegata da chi l'ha elaborata. Lo introduce Ricci-Curbastro, mentre Levi-Civita non c'è: da due anni è stato chiamato a insegnare nell'università di Roma. Le cronache riferiscono che il fisico tedesco esprime il proprio compiacimento di parlare nell'università dove è stato concepito il calcolo differenziale assoluto, l'arma matematica necessaria a esprimere la teoria della relatività, com'era stato definito.


IN ITALIANO

Einstein parla un'ora lentamente, accuratamente, in lingua italiana, con una precisione scientifica, sottolineano, che pareva quasi acquistasse risalto e perfezione dalla precisione linguistica dell'oratore, «buon padrone assoluto e dovizioso della nostra favella». «La formalizzazione della teoria della relatività generale richiedeva il contemporaneo sviluppo di una nuova e complessa matematica, assolutamente non facile e per familiarizzare con la quale lo stesso Einstein aveva bisogno di aiuto. La sua nuova e rivoluzionaria descrizione del mondo richiedeva strumenti per nulla semplici», spiega Piero Martin, professore di Fisica della materia all'Università di Padova. Nel 1900 Gregorio Ricci-Curbastro e il suo allievo Tullio Levi-Civita avevano firmato un articolo nella rivista Mathematische Annalen che introduceva e spiegava il concetto di calcolo differenziale assoluto. «Questo articolo sarebbe risultato fondamentale per la formulazione della teoria della relatività generale. Einstein stabilì un'alleanza con la matematica: lui ne aveva bisogno per sviluppare la sua teoria, ma allo stesso tempo elevava la matematica a co-protagonista essenziale della sua scoperta scientifica e della nuova descrizione dell'universo che proponeva», osserva Martin.


LE LETTERE

Come detto, Einstein e Levi-Civita si scrivono quindici lettere nei tre mesi che precedono lo scoppio della Prima guerra mondiale. Il matematico padovano contesta al fisico tedesco un passaggio sulla relatività. Einstein il 5 marzo gli scrive da Berlino: «Quando ho visto che lei rivolge la sua attenzione contro la dimostrazione più importante della teoria che mi è costata fiumi di sudore, mi sono spaventato perché vedo che lei in certe cose matematiche è molto più preparato di me» e poi ancora: «Ammiro il suo metodo di calcolo, dev'essere bello cavalcare sul cavallo della vera matematica attraverso questi campi, mentre uno come me si deve accontentare di andare a piedi». E sempre Einstein, il 2 aprile: «Una corrispondenza così interessante non mi era ancora capitata. Dovrebbe vedere con quale ansia aspetto sempre le sue lettere». Il 5 maggio: «La mia dimostrazione è incompleta». Dopodiché la corrispondenza si interrompe, ma la teoria della relatività si completa. Einstein e Levi-Civita si conoscono di persona nel 1936 all'università di Princeton, negli Usa, dove il tedesco insegnava dopo aver lasciato l'Europa in seguito all'avvento del nazismo. 


NEGLI USA

Così il fisico polacco Leopold Infeld, collaboratore di Einstein, racconta l'incontro: «A un certo momento la nostra conversazione fu interrotta da qualcuno che bussava alla porta. Entrò un uomo sulla sessantina, piccolo, magro, che sorrideva e gesticolava, facendo con le mani il gesto di scusarsi, senza decidersi in quale lingua parlare. Era Levi-Civita il famoso matematico italiano. A questo punto fu deciso che avremmo conversato in inglese. Io guardavo Einstein, calmo e maestoso, e Levi-Civita, basso e minuto, che compiva ampi gesti, mentre indicavano formule sulla lavagna e parlavano una lingua che ritenevano fosse inglese. L'immagine che fornivano, con Einstein che si tirava in continuazione su i pantaloni sformati, costituiva una scena emozionante e nello stesso tempo comica, che non potrò mai dimenticare».


LEGGI RAZZISTE

Levi-Civita, come detto, viene allontanato dall'Università di Roma a causa delle leggi razziali del 1938. Pio IX lo nomina membro della Pontificia accademia delle scienze, in modo da garantirgli uno stipendio. Muore dimenticato dai colleghi a Roma nel dicembre 1941. A Padova sarà commemorato dal matematico Ugo Amaldi: «In me è sempre vivo, e ormai nostalgico il ricordo dei lunghi colloqui in cui mi veniva chiarendo il suo pensiero sui principi e gli sviluppi concatenati delle varie teorie, con una così larga e limpida visione d'insieme, con una così precisa e meditata analisi di ogni nesso logico e di ogni possibile semplificazione dei procedimenti deduttivi, che poi lo sforzo di dare forma non indegna a quel pensiero lucidissimo si tramutava in appassionato godimento». 


L'ANTENATO

Al padre di Tullio, Giacomo Levi-Civita, dobbiamo la sopravvivenza della cappella degli Scrovegni, affrescata da Giotto. Nel 1819 il proprietario di allora, Pietro Gradenigo, fece abbattere il fatiscente palazzo Scrovegni, vendendone le macerie come materiale da costruzione. Una sorte analoga rischiava la vicina cappella, dalla quale era già crollato parte del portale cinquecentesco. Si parlava di staccare gli affreschi per venderli a un museo estero e abbattere tutto il resto. Giacomo Levi-Civita, avvocato e consigliere comunale, si battè come un leone assieme ad altri concittadini per evitare che la cappella degli Scrovegni sparisse per sempre. Diventa sindaco di Padova dal 1904 al 1910 , quindi senatore, molto amato e stimato, tanto che nel 1924 il consiglio comunale gli dedica un busto, che si trova ancora oggi nei giardini dell'Arena. Avrebbe voluto che il figlio seguisse le sue orme diventando pure lui avvocato, ma Tullio, prende la maturità classica al Tito Livio appena diciassettenne, si laurea in matematica nel 1894 con Gregorio Ricci-Curbastro, dopo aver meritato trenta e lode in tutti gli esami, salvo un trenta in chimica. 

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