La banda padovana che voleva rubare la salma di Enzo Ferrari

La banda padovana che voleva
rubare la salma di Enzo Ferrari
I banditi sottraevano armi all'Esercito
PADOVA - Costituivano una banda che in particolare agiva, nel Nord Italia, tra Parma, Reggio Emilia, Modena, Lodi, Grosseto, Mantova e soprattutto Padova. Progettavano il furto della salma di Enzo Ferrari per chiedere riscatto: 34 arresti dei carabinieri del Comando provinciale di Nuoro hanno sgominato una banda criminale dedita al traffico di droga e armi fra la Sardegna ed il nord Italia (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Toscana), sono 45 gli indagati.

Gli inquirenti hanno accertato che la banda progettava anche il furto a scopo di estorsione della salma del costruttore automobilistico Enzo Ferrari. A questo scopo erano già stati effettuati anche diversi sopralluoghi, ed erano state inoltre definite, fra alcuni componenti, le modalità di custodia della salma e di gestione dei contatti con i familiari. Un disegno criminale impedito dai servizi mirati e preventivi coordinati dal Nucleo investigativo dei Carabinieri di Nuoro ed effettuati in collaborazione con la Compagnia dell'Arma di Modena. I banditi avevano effettuato diversi sopralluoghi nel cimitero di Modena, concordate le modalità di custodia della salma e individuato chi avrebbe dovuto tenere i contatti con la famiglia Ferrari. Il piano però venne sventato per l'intervento dei Carabinieri di Modena su indicazione dei colleghi di Nuoro che, con alcuni servizi preventivi, facevano desistere i malviventi allarmati dalla presenza delle forze dell'ordine.

È in corso l'esecuzione degli ordini di custodia cautelare assieme a numerose perquisizioni disposte dal gip di Cagliari su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. All'opera 300 militari supportati da unità cinofile, elicotteri, uomini del Reggimento paracadutisti Tuscania e dello Squadrone eliportato Cacciatori di Sardegna. L'associazione a delinquere sarebbe radicata ad Orgosolo (Nuoro) ed avrebbe compiuto reati anche nel nord Italia. Il sodalizio era dedito anche a reati contro il patrimonio.

Le indagini che hanno consentito di sgominare l'organizzazione criminale hanno avuto origine nell'ottobre 2007 con il sequestro-lampo, a scopo di rapina, dei coniugi Giampaolo Cosseddu e Pietrina Secce, conclusosi con un bottino di 50mila euro portati via dalla filiale della Banca Intesa di Orosei di cui Cosseddu era direttore e nella quale venne accompagnato dai banditi per il prelievo. I tre malviventi dopo aver intascato i soldi fuggirono liberando gli ostaggi. Le successive indagini portarono gli inquirenti a mettere sotto controllo alcuni sospettati che sono risultati anche legati a traffico di droga.

Per quanto riguarda l'inchiesta specifica sul sequestro dei coniugi e la conseguente rapina, sono state individuate due persone, Giovanni Sanna, di 50 anni, e Graziano Pinna, di 39, entrambe di Borore, nei confronti delle quali sono stati raccolti elementi che hanno portato alla loro iscrizione nel registro degli indagati da parte della Procura Distrettuale Antimafia di Cagliari. Dalle indagini avviate per il sequestro è nato quindi un procedimento autonomo sul mercato della droga e da qui è iniziata un'ampia attività investigativa a carico dei trafficanti di stupefacenti barbaricini e dei loro complici.
 
Dall'attività investigativa sono emersi, sostanzialmente, due distinti, ma comunque tra loro collegati, filoni d'indagine: quello riguardante il traffico di droga di Gigino Milia e Graziano Mesina e  dall'altro le attività illecite riferibili al traffico di droga e di armi, riconducibili a Mereu, da anni trapiantato appunto nella provincia di Parma. I Carabinieri di Nuoro hanno accertato che Mereu aveva allacciato stabili legami con personaggi della criminalità calabrese, per quanto attiene il traffico della cocaina, e con trafficanti di armi operanti tra il Veneto, la Lombardia e l'Emilia-Romagna. Il principale canale di approvvigionamento delle armi arrivava tramite un noto e "stimato" armaiolo e perito balistico che a sua volta, sfruttando la sua professionalità e le sue conoscenze, era riuscito a attivare un ininterrotto canale di approvvigionamento di armi da una struttura dell'Esercito grazie alla complicità di un luogotenente dell'Esercito ed un impiegato civile del Ministero della Difesa. Sfruttando le falle delle procedure di rottamazione delle armi del 15° Centro Rifornimenti e Manutenzione dell'Esercito a Padova «l'armaiolo» Renato Bazzan e suo figlio Willy, il primo capo squadra del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco di Padova ed il secondo Vigile del Fuoco «discontinuo», attraverso il luogotenente Giuseppe Mattei ed il dipendente Paolo Paris trafugavano armi intere e parti di esse che poi venivano consegnate al Bazzan. Questi a sua volta le rendeva clandestine mentre con le parti di armi, assemblandole, ne creava di nuove.
 
 
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Martedì 28 Marzo 2017, 14:37






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5 di 6 commenti presenti
2017-03-29 07:21:52
La cosa che mi sorprende è che l'esercito abbia delle armi. Ma allora perchè non le usano per eliminare, che ne so, le varie mafie, il traffico di stupefacenti, la prostituzione, sciocchezze come queste? In fondo l'Esercito dovrebbe difenderci, non fare il tassista.
2017-03-28 21:52:45
Orgosolo, ridente località dei Colli Euganei
2017-03-28 20:28:21
nessuno Serenissimo,tutti facsimile
2017-03-28 19:29:51
meraviglie del sud!
2017-03-28 18:49:57
In galera e la chiave a me!