Il dottor Canella, dal casoin ai supermarket: i segreti dell'imprenditore Alì

Lunedì 6 Maggio 2019 di Edoardo Pittalis
Francesco Canella
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Forse non c'è in Italia un altro come lui: dottore in Pane e Vino. O come dice la laurea ad honorem del Bo': in Italian food and wine. Che sembra una cosa da esportare. Francesco Canella, nato a Veggiano, 87 anni compiuti, il titolo accademico l'ha meritato sul campo: «Ho più di 70 anni di scuola di lavoro». Del pane e del vino sa tutto. La sua è una storia che racconta il Nordest del dopoguerra, quella di una terra che da contadina è diventata la locomotiva d'Europa. Storia fatta da uomini che hanno creduto in un'idea e l'hanno realizzata dandole i contorni del grande sogno. Francesco Canella si è trasformato da garzone in bicicletta in casoin e da casoin in titolare di una catena di supermercati, la Alì: 131 centri di vendita tra Veneto e Emilia, 3800 dipendenti, 100 mila clienti al giorno, 37 milioni di scontrini all'anno, un fatturato che nel 2015 ha superato il miliardo di euro e oggi va verso il miliardo e cento milioni. Due figli, Gianni e Marco, inseriti nell'azienda: «Sto completando con successo il passaggio generazionale. Mi dirà che era ora che passassi la mano, vista la mia età!».
Una lunga strada coronata da una laurea?
«Non avrei mai pensato di raggiungere un traguardo simile. Continuo a fare quello che ho sempre fatto, vado ancora nei negozi, li giro tutti. Il giorno che mi hanno proclamato dottore mi sono sentito molto glorioso e molto emozionato, come non mi era mai capitato. In passato mi hanno premiato come intenditore di prosciutto crudo e di formaggio grana; sono anche stato premiato come eccellenza padovana. E mi hanno fatto commendatore dopo che ho inaugurato i nuovi magazzini, 30 mila metri quadrati, tutto automatizzato, ecologico tanto da risparmiare 100 mila tonnellate di petrolio all'anno».
Tutto è incominciato a Veggiano nel 1931
«Vengo da una famiglia contadina che aveva venti campi in affitto. Terzo di sette fratelli e il terzo per tradizione andava in seminario, ma quando ho finito la quinta elementare c'era la guerra e non potevano mandarmi in collegio. Devo dire che non avevo la vocazione. I campi non bastavano, ho dovuto trovare subito un lavoro e sono andato a Padova dove zio Francesco mi ha trovato un posto da garzone in bicicletta nello spaccio Onarmo che dipendeva dal Vaticano ed era l'Opera di assistenza per gli operai. Distribuivano prodotti americani, la gente aveva fame, mancava tutto. Poi sono diventato casoin nel negozio che la Curia aveva sotto la chiesa di San Gaetano, in pieno centro a Padova, vicino al Tribunale».
Quando sono nati i negozi Canella?
«Nel 1958 quando gli aiuti non servivano più volevano chiudere, io ero rientrato dal servizio di leva, ho fatto il militare a Cuneo, proprio come diceva Totò, e mi sono fatto avanti: Anziché chiudere, perché non vendete a me il negozio?. Hanno accettato, ho firmato 195 cambiali e sono partito sotto l'insegna Spaccio Onarmo di Francesco Canella. La pasta si vendeva sfusa, lo zucchero e il riso arrivavano in sacchi. Era tutto sciolto: l'olio, il vino, la conserva Padova era una città tranquilla, si capiva che le cose stavano per cambiare, c'era nell'aria un po' di fiducia e da qualche parte avevano aperto i primi supermercati. Un anno dopo ho aperto anch'io un altro negozio all'Arcella che era una via di mezzo tra il casoin e il supermarket, 250 metri quadrati con gli scaffali per i prodotti confezionali e la cassa».
È stato quello il primo passo verso i supermercati?
«Correva questo vento dei supermercati e nel 1965 ho l'occasione che la Camera di Commercio di Milano aveva organizzato un viaggio di studio in America per i piccoli commercianti per capire quale sarebbe stato il futuro anche in Italia. A Boston ho conosciuto un oriundo italiano che aveva aperto il suo supermercato e mi ha spiegato come là funzionavano le cose. Al ritorno a Padova ho riunito i casoin della città, ho proposto di fare qualcosa insieme, all'inizio erano tutti entusiasti, alla fine sono rimasto solo, avevano paura di rischiare. Io ero convinto che quella fosse la strada giusta, ho cercato soldi tra i parenti perché le banche non ti davano credito. Avevo visto che a Boston non avevano soltanto prodotti confezionati, ma anche i formaggi e sono stati il primo in Italia a vendere formaggi, salumi, verdure. Ho aperto un centro importante all'Arcella di fronte alla clinica Santissima Trinità che oggi è la Casa dello Studente. Da allora ne ho aperto un paio all'anno a Padova. Dovevo trovare un nome che si ricordasse, ho scelto Alì che sta per alimentari. Da lì a via Tre Garofani, a San Bellino, a San Carlo un negozio per quartiere. Ci ha frenato tra gli Anni '70 e '80 il terrorismo che ha paralizzato e insanguinato Padova. I supermercati erano vittime di quelli che chiamavano espropri proletari e la gente aveva paura ad uscire di casa».
Come sono cambiati i supermercati e i clienti?
«Ora che abbiamo negozi in tutto il Veneto e ci siamo spinti in Emilia Romagna che era il regno delle Coop e dove era difficile entrare, ora abbiamo le idee un po' più chiare. All'inizio dicevo che non dovevo allontanarmi più di 50 chilometri da Padova, perché è importante sapere come si comporta la gente in ogni zona. Abbiamo puntato subito sui prodotti locali, oggi li chiamano chilometro zero, e questa è stata la mia forza. Abbiamo sempre curato il rapporto col cliente, siamo stati premiati come la prima azienda italiana in rapporto con i dipendenti. A tutti gli assunti facciamo la scuola del mestiere, per i vecchi corsi di aggiornamento. La prima cosa che imparano è il rapporto col cliente. Certo i clienti sono cambiati: quando c'erano i casoin c'era la fame e bastavano per saziarla pane e pasta; l'olio d'oliva costava troppo, si usavano la margarina al posto del burro e il surrogato al posto del caffè. Non c'erano le date di scadenza sui prodotti. Oggi la gente cerca la qualità, soprattutto i giovani».
Ci sono stati momenti difficili?
«Dal lato personale, è stata la perdita della mia prima moglie Maria nel 1978, aveva 46 anni, era ancora troppo giovane e avevo due figli piccoli, li ho cresciuti io. Dal lato imprenditoriale non ho mai fatto un passo più lungo della gamba e ho sempre guardato la realtà. Certo momenti difficili ce ne sono stati, il primo quando è arrivata l'austerity nel 1974 e sembrava che si tornasse indietro. Poi nel 2004 quando la contrazione dei consumi ha anticipato la grande crisi che è venuta dopo, si doveva fare più attenzione a quel segnale».
E il momento più bello?
«La laurea di sicuro, ma anche il raggiungimento del miliardo di fatturato, la festa che è seguita, il gettone premio a tutti i collaboratori. Ci siamo anche sempre impegnati nel sociale: con la carta fedeltà i clienti versano a favore delle associazioni e noi raddoppiamo la cifra, oltre un milione di euro l'anno. E raddoppiamo le offerte ogni volta che scatta la solidarietà, come per il disastro del Bellunese. Siamo stati i primi a piantare gli alberi per difendere l'ambiente, 10.614 alberi piantati in tutti i territori dove siamo presenti».
Una nuova sfida?
«Faccio i conti ogni fine anno, faccio il punto per progredire, controllo che sia stata raggiunta la media di aprire tre punti vendita all'anno. E guardo alle novità, l'online per esempio sta cambiando molto il mercato, riguarda tutti, non solo i giovani: molti anziani ordinano online la spesa a casa. Una sfida da vincere».
Edoardo Pittalis
© RIPRODUZIONE RISERVATA Ultimo aggiornamento: 16 Luglio, 17:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA