Vajont, l’archivio se ne va: «A Belluno solo le copie». Caduto nel vuoto l'appello di Mattarella

Mercoledì 15 Maggio 2024 di Angela Pederiva
Il presidente Sergio Mattarella sul Vajont

​VENEZIA - Il presidente Sergio Mattarella l’aveva detto forte e chiaro, dal palco di Erto e Casso per il sessantesimo anniversario della catastrofe: «Ritengo che sia non soltanto opportuno, ma doveroso, che la documentazione del processo celebrato a suo tempo sulle responsabilità rimanga in questo territorio». E il ministro Luca Ciriani l’aveva promesso con sollecitudine, da titolare meloniano dei Rapporti con il Parlamento: «La richiesta delle comunità locali non resterà inascoltata». Ma a sette mesi dalla cerimonia del 9 ottobre, sulle carte del Vajont piove freddo dal ministero della Cultura, il quale propone «come soluzione, il deposito temporaneo presso l’Archivio di Stato di Belluno dei documenti originali, da trasferire all’Archivio di Stato de L'Aquila, una volta esaurite le necessità connesse all'attuazione del progetto (di scannerizzazione, ndr.), e la sostituzione a Belluno degli originali con riproduzioni digitali».

Parole del sottosegretario Gianmarco Mazzi (Fratelli d’Italia), in risposta nell’aula della Camera all’interrogazione della deputata Rachele Scarpa (Partito Democratico), che insieme al collega Piero Fassino aveva sostenuto la necessità di «una sorta di riconoscimento etico per le popolazioni colpite».

LA VALORIZZAZIONE
Gli atti del Vajont si trovano nel capoluogo dell’Abruzzo in quanto lì, tra la fine del 1968 e l’autunno del 1970, vennero celebrati i processi di primo e di secondo grado, per effetto della legittima suspicione invocata dagli imputati, che ritenevano eccessivamente ostile il clima in Veneto. Un decreto del 2004 stabilì che i fascicoli dei procedimenti, esauriti da almeno trent’anni, venissero versati all’Archivio di Stato del relativo foro, nella convinzione che la loro utilità giudiziaria dopo tanto tempo si trasforma in valenza culturale. In questo caso, nel 2009 era stato autorizzato il temporaneo deposito del fondo archivistico a Belluno, per consentirne l’inventariazione e la digitalizzazione. Nel giugno dello scorso anno, su iniziativa congiunta dei due Archivi di Stato e degli enti del territorio, nonché con il supporto della Direzione generale Archivi, quei faldoni avevano ottenuto l’iscrizione nel registro internazionale “Memory of the world” dell’Unesco. «In occasione della “Domenica di carta”, iniziativa nazionale tenutasi l'8 ottobre 2023, entrambi gli istituti hanno promosso attività di valorizzazione sulla memoria del Vajont», ha ricordato ieri il sottosegretario Mazzi. 
Ma fra L’Aquila e Belluno è ancora aperta la disputa sulla collocazione definitiva del materiale cartaceo, tuttora in fase di digitalizzazione, come ha evidenziato l’esponente veronese di Fdi: «Risulta non ancora terminato il lavoro di metadatazione e importazione delle immagini digitali acquisite del fondo processuale, intervento necessario affinché, grazie al supporto tecnico prestato dall'Istituto centrale per gli archivi, sia possibile effettuare il caricamento degli oggetti digitali e delle relative descrizioni nell’ambito di uno dei portali della Direzione generale Archivi, conseguendo così l'obiettivo di pubblicazione online del fondo archivistico». Un’attività per cui lo Stato ha stanziato «risorse aggiuntive a quelle degli enti del territorio», ha puntualizzato il rappresentante del Mic, che «in considerazione del lungo termine trascorso», ha richiesto «puntuali notizie in merito allo stato di avanzamento e ha sollecitato la conclusione del progetto», perché solo al termine saranno possibili «eventuali atti convenzionali che individuino le migliori modalità di valorizzazione».

LA LETTERA
Però ad essere valorizzate a Belluno saranno le copie digitali, non gli originali cartacei, il che indigna la trevigiana Scarpa: «La risposta del ministero è una chiusura senza senso. Il prezioso lavoro di digitalizzazione dell’archivio non può essere ragione di sottrazione della documentazione fisica dal luogo dove è avvenuta la tragedia». Fassino concorda: «Se una norma è di ostacolo, la si cambi». Il sindaco Roberto Padrin annuncia una lettera al presidente Mattarella: «A Longarone vivono superstiti, sopravvissuti, gente che ha perso tutto e che sulla memoria del disastro - e quindi anche sulle carte processuali, fatte di immagini e atti ufficiali - ha un punto di riferimento, un appiglio, quasi una bussola con cui orientarsi. In subordine, chiederemo un deposito almeno trentennale del fondo processuale».
 

Ultimo aggiornamento: 17:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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