Vaia vissuta sulla "pelle", uno studio mette a fuoco i postumi lasciati dalla tempesta

Domenica 31 Ottobre 2021 di Federica Fant
Il convegno

CESIOMAGGIORE - Sono trascorsi tre anni da Vaia, due quasi due dall’avvento del Covid. Che cosa è rimasto nelle persone di questi due passaggi che hanno segnato anche il Bellunese? Che segno ha lasciato la tempesta nelle persone che l’hanno vissuta? Questo accadimento ha avuto la forza di modificare il nostro modo di pensare il futuro e di avvicinarci all’ambiente naturale? Ha forse condizionato alcune nostre scelte e azioni? Possiamo raccogliere un archivio di testimonianze finché è ancora viva la memoria dell’evento? E in seguito, la pandemia che stiamo vivendo ci ha forse fatto apprezzare maggiormente le nostre realtà, per certi versi isolate, ma in questo frangente da considerare più sicure?
Sono molte e, spesso, complesse le questioni che una equipe di antropologi ha cercato di approfondire intervistando una trentina di persone che hanno vissuto direttamente queste esperienze. Il Museo etnografico della Provincia di Belluno, nella sala di Pradenich di Cesiomaggiore, ha presentato l’esito del progetto di ricerca antropologica venerdì sera. A condurre la serata il giornalista Damiano Tormen: «Acqua e vento. Quella che per i bellunesi è stata la tempesta del secolo si può riassumere con queste due parole. E poi la pioggia. Enormi le ferite di Vaia. Quelle sul territorio, ma ci sono anche quelle delle comunità coinvolte». L’indagine è stata condotta da Iolanda Da Deppo, Daniela Perco e Michele Trentini, che hanno raccolto alcune testimonianze, alcune delle quali sono state mostrate, tramite video, ai molti che hanno partecipato all’incontro di Cesiomaggiore, tra cui il sindaco Carlo Zanella, il consigliere delegato della Provincia, Simone Deola e il presidente del Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi, Ennio Vigne e l’assessore alla Protezione civile, Addis Zatta. 
Le risposte sono arrivate ascoltando le persone che hanno vissuto sulla loro pelle gli effetti del maltempo di fine ottobre 2018. Dal Comelico al Feltrino, passando per l’Alto Agordino. «La data scelta non è casuale: venerdì 29 ottobre, giorno dell’anniversario di Vaia - spiega il consigliere provinciale delegato alla cultura, Simone Deola -, questo progetto di ricerca, finanziato nell’ambito dell’accordo tra Presidenza del Consiglio dei Ministri e Regione del Veneto per la valorizzazione dei territori colpiti dall’evento Vaia in memoria della Grande Guerra, ci dà l’opportunità sia di ricordare il fenomeno Vaia sia anche di ragionare su quelli che sono gli effetti a lungo termine, pratica indispensabile per programmare il futuro delle nostre comunità». 
Nel corso della serata sono stati proiettati alcuni contributi video del regista e antropologo visivo Michele Trentini, tra cui il documentario “Vaia/due racconti”, con Fermo Pomarè (guardia boschiva) e Matteo Melchiorre (storico e scrittore). «Si è lavorato sulle testimonianze – ha spiegato Da Deppo -. Se Vaia ha messo in evidenza le fragilità dei territori di montagna, il Covid ha invece aperto scenari favorevoli, in quanto le restrizioni della pandemia sono state vissute diversamente che in città. Era importate focalizzarci su alcune aree, non solo i danni di Vaia erano differenti – l’antropologa si riferiva allo scenario della Val Visdende o dell’Agordino, per esempio, ma anche di come sia mutato l’arredo urbano a Feltre – ma anche la percezione di spaesamento mutava da area ad area. Importante anche sottolineare come non ci sia ancora una elaborazione collettiva di Vaia e della pandemia». 
Del senso di desolazione, smarrimento, spaesamento, della paura del vento, della questione legata al buio, al non vedere, ma immaginare solo ascoltando il rumore e di molte altre sensazioni ne ha parlato Daniela Perco. A Michele Trentini il compito di dare voce e immagine, attraverso due video molto significativi, a come si siano vissute la tempesta Vaia e le restrizioni Covid. 
 

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