Dal Nuvolau al Boz, centinaia di richieste da tutto il mondo per gestire i rifugi dolomitici

Mercoledì 17 Febbraio 2021 di Davide Piol

Oltre 200 richieste da tutto il mondo per gestire il rifugio Nuvolau a Cortina d'Ampezzo. Più di 50 per l'Antelao, in Cadore, e una ventina per il Bruno Boz, nel Feltrino. Sono i tre rifugi bellunesi, incastonati nelle Dolomiti, che cambieranno gestione proprio quest'anno. Fuori dalla porta, al contrario di ciò che si potrebbe immaginare, c'è la coda. E non solo per mangiare. C'è la coda per poterli gestire. Dalla 19enne appena diplomata, al 65enne in pensione, al pizzaiolo che vuole cambiare professione. Ma ci sono anche le coppie che provano a fuggire dai ritmi frenetici della città. È un salto nel vuoto che forse pecca di ingenuità ma che, sfruttato nel modo corretto, può regalare soddisfazioni uniche. E poi ci sono i figli che vorrebbero seguire le impronte dei genitori.


AL POSTO DEI GENITORI
È il caso del Nuvolau, il primo rifugio costruito sulle Dolomiti. Si trova a 2575 metri sopra il livello del mare e a due passi dalla Via Lattea. Mansueto Siorpaes e la moglie Joanne Jorowoski l'hanno gestito per 47 anni e si dicono felici se un domani, a gestirlo, fosse il figlio Kevin. Tra le oltre 200 domande arrivate negli ultimi mesi, perfino dalla Nuova Zelanda, c'è anche la sua. «Sarebbe molto valido perché Kevin è cresciuto in rifugio» spiega la madre Joanne. E l'esperienza, in un luogo in cui «non c'è acqua né corrente elettrica», è fondamentale: «I nuovi impianti sono molto complicati e per una persona da fuori sarebbe difficile anche solo capire come farli funzionare». Poi ci sono gli orari. Sveglia alle 6, in coperta alle 11. «La vita in rifugio è difficile racconta la figlia Wendy Sei isolato e non c'è una compagnia giovanile. Devi avere buono spirito di adattamento, però sei in cima al mondo e in mezzo alla bellezza». Pro e contro. Tutto arricchito dalle storie delle persone che salgono fino in vetta. Come Riccardo Della Favera che amava così tanto il Nuvolau da esserci salito 1129 volte tanto che gli è stata dedicata una statua proprio vicino al rifugio. «Un amico speciale che non c'è più ricorda Joanne Il suo motto era: Non fatica, ma gioia. E così è stato per noi. Abbiamo avuto 47 anni bellissimi, con dei problemi, certo, ma li abbiamo sempre risolti. La visuale del Nuvolau ci metteva pace nel cuore e si lavorava volentieri».
A PIEVE DI CADORE
Ci spostiamo a Pieve di Cadore. Mauro Marchetto, insieme alla moglie Claudia Martinelli e ai genitori (di lei) Angelina e Ferruccio, ha appena concluso il periodo di gestione del rifugio Antelao. Sei anni immersi nelle bellezze del Cadore a 1800 metri di altitudine. E ora si trovano ancora lì ad assaporare gli ultimi giorni che rimangono prima della partenza definitiva. Quando parla della sua esperienza in montagna, Mauro ha la voce che sorride: «È stata la cosa più bella della mia vita. Ringrazierò sempre chi mi ha dato la possibilità di vivere il mio sogno». Durante la chiamata, interrotta dai capricci di una linea telefonica che risente dell'altitudine, specifica che l'ingrediente segreto è la «passione». Quella stessa passione che dopo 21 anni trascorsi come chef in un ristorante di Treviso, l'ha spinto verso l'alta quota. Così dal 2006, insieme alla sua famiglia, gira di rifugio in rifugio. «A un certo punto ho deciso di seguire ciò che sentivo nel cuore». Passione significa anche sacrificio: alzarsi dal letto alle 5.30 del mattino, preparare la colazione agli ospiti, accendere le stufe. Se è estate «devi trovare il tempo per tagliare la legna in vista dell'inverno e falciare l'erba». Se è inverno «devi esser pronto a spalare due metri di neve intorno al rifugio e quando vai a fare la spesa in città a portarla su a piedi». Ma «se ti piace lo fai, e lo fai anche volentieri». E adesso? Si chiude il capitolo Antelao e se ne apre un altro, in vallate diverse, perché «chi nasce rifugista lo è per sempre».
AI PIEDI DEL SASS DE MUR
Storia diversa, invece, per Daniele Castellaz e Ginetta Spada che hanno dovuto salutare a malincuore il rifugio Boz dopo 39 anni di gestione. Siamo a Cesiomaggiore, nella conca che si trova ai piedi del Sass de Mur, a quota 1718 metri. È il punto di partenza o di arrivo per la traversata delle Vette Feltrine. «Una scelta sofferta, quella di abbandonare il rifugio, perché siamo partiti che eravamo bocie» racconta Daniele. «Avevo 19 anni. Finita la scuola io e un mio amico abbiamo preso in gestione il rifugio e abbiamo vissuto lì la nostra gioventù, venivano a trovarci ragazze e amici, e proprio al Boz ho conosciuto la mia futura moglie Ginetta». Non decidono subito di rimanerci. Lei diventa insegnante, lui dipendente di un ente di patronato. Il richiamo del rifugio, però, è troppo forte e nel 1982 riescono ad aggiudicarsi la gestione del Boz. Più di 20 persone, ora, chiedono di poter fare lo stesso. «Il ricambio c'è ma i tempi sono cambiati sottolinea Daniele Noi siamo partiti che non avevamo né acqua né corrente e la strada era un disastro. Ma adesso, forse è ancora più impegnativo». In che senso? «Sono cambiati i frequentatori della montagna». Prima il rifugio era un punto di appoggio. Ora è la meta. Si sale, si mangia, si scende. «Indipendentemente dal Boz conclude Daniele spero che chi sceglierà di fare il gestore di un rifugio lo farà perché guidato dalla passione. Non deve andare su per il casset (per i soldi, ndr)». C'è un aneddoto che deve tener presente chi decide di fare questo lavoro. Riguarda El Mander che stava a Malga Neva, vicino al Boz: «Una sera, era domenica, venne da me a bere qualcosa. Mi disse: Tutti mi rinfacciano che sto bene, che non devo lamentarmi, ma poi tornano tutti a casa loro, mentre io rimango qui a lavorare».
 

Ultimo aggiornamento: 15:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA