«Io, agricoltore malato di tumore, senza più diritti». Jacopo scrive alla premier Meloni

Sabato 26 Novembre 2022 di Alessandro De Bon
Jacopo Emma con uno dei suoi figli
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BELLUNO - Oggi sta bene, mercoledì avrà mal di pancia, di testa, una nausea infinita, le lacrime che bruciano, come la pipì, e male alle ossa. Probabilmente tutte. Jacopo sa che mercoledì starà così non perché è un indovino, ma perché ha il cancro e lunedì prossimo (ri)farà la chemio. Trentasette anni, veneziano adottato da Sois, agricoltore e fondatore di Terra Umana, fattoria didattica e sociale, papà di due bimbi, Jacopo Emma a luglio ha scoperto di avere un tumore al quarto stadio. Quindi fine del lavoro e inizio della chemio. Giovedì, quattro mesi dopo, ha aperto facebook e scritto una lettera a Giorgia Meloni, il presidente del Consiglio. «Faccio un sacco di chemio, come tanti. Ma a differenza di altri, non ho alcun diritto - scrive -. Non seminerò, né  raccoglierò fino a quando non guarirò o morirò. Fino a quando questo bug genetico non verrà resettato dal mio sangue, dalla mia milza, dalle mie ossa e dal mio midollo... L'Inps mi sostiene con 184 euro di inabilità al mese ... Nessun diritto. Solo doveri».

«NOI, SENZA DIRITTI»

La lettera è una sventola a mano aperta, in faccia. «L'ho scritta perché è giusto sapere - spiega l'agricoltore -. Perché lavorando, sulla terra, ho scoperto che non si hanno diritti. Che mancano le ferie, gli straordinari, la malattia. Manca tutto, sempre. Non siamo gli unici, vale anche per altre categorie, ma io questo faccio, ora. Anzi facevo. Perché adesso che ho un tumore e che faccio la chemio, non posso e non riesco a lavorare. E cosa succede all'azienda? Ai campi? Alle bestie? Sono domande che già da tempo avevo in testa, da luglio hanno accelerato. A luglio avrei dovuto seminare gli ortaggi invernali, ma ero in ospedale, mi stavano aprendo come un'orata. Il risultato è che oggi non ho cavoli, coste e cappucci. La natura non concede pause, non ti lascia pensarci su o prenderti una pausa perché ti è appena cambiata la vita. E che io sono fortunato». Fortunato? «Mia moglie è medico, sei mesi possiamo tirare avanti tranquillamente - spiega Jacopo -. Per altri, tanti altri, non è così. L'agricoltura costa tantissimo, si fa a debito. Costano i trattori, le macchine, tutto. E se la prima linea di cure non funziona, devi passare alla seconda. Poi forse alla terza, forse al trapianto. Se non muori potrebbero passare tre anni e l'unica soluzione, a quel punto, è vendere. E con la vendita perdere cibo, cultura, sapere».

IL SOGNO E LA MALATTIA
«Il mio è un linfoma latente, indolente, che ora si è presentato con una pesante recidiva - dice -. A 20 anni c'era già, e da allora ho sempre avuto un pensiero visivo della morte, più vicino rispetto a quello dei miei amici. A 33 anni mi sono detto: se non realizzo il sogno della azienda agricola e fattoria sociale ora, quando?. E l'ho fatto». Cosa vorresti che la tua lettera ottenesse? «Quello che ho scritto - risponde semplicemente -. Per chi fa questo lavoro vorrei la paternità, la malattia, le ferie, la possibilità di prendersi un giorno di pausa. Impossibile? Sì, anche perché per molti chi fa impresa è ricco, benché io tra di noi veda così tanta gente semplice. Ma almeno, allora, che gli si aiuti quando stanno per morire, o rischiano di morire, evitargli di andare in stalla e prendersi un'infezione. Pagargli un dipendente con cuneo fiscale azzerato che lo sostituisca? Dargli qualche euro per potersi fermare e prendersi cura di sé? Semplicemente, farli respirare, sopravvivere. Finché possono o finché gli è concesso». Per te, invece, cosa vorresti? «Vivere la primavera della mia terra, tornare lì, accogliere di nuovo i ragazzi, le persone svantaggiate con cui lavoro. Tornare a primavera significherebbe che la prima linea di cure ha funzionato, e che non ce ne sarebbero altre. Significherebbe tornare a lavorare».

Ultimo aggiornamento: 28 Novembre, 12:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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