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Leonardo Del Vecchio è morto. Addio all'ultimo patriarca veneto del capitalismo. «La mia regola? Una: essere il migliore»

«Svejete che 'l capo l'è già in oficina»: ecco chi era il patron di Luxottica. Le mogli, i figli, la scalata al successo partendo da Agordo

Martedì 28 Giugno 2022 di Angela Pederiva
La morte di Leonardo Del Vecchio
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Il ritratto di Leonardo Del Vecchio, scomparso ieri all'età di 87 anni all'ospedale San Raffaele di Milano. La morte del patron della Luxottica di Agordo ha scosso tutto il mondo imprenditoriale e politico, ma non solo, anche chi lavorava con lui e per lui, dai più alti manager agli operai.


«Svejete che 'l capo l'è già in oficina», diceva tutte le mattine un operaio di Agordo al fratello ancora addormentato, come lui dipendente di Luxottica. Fra le millemila spigolature che in queste ore accompagnano l'addio all'icona dell'industria e della finanza, l'aneddoto raccolto dal trevigiano Tommaso Ebhardt nella sua recente biografia Leonardo Del Vecchio (Sperling & Kupfer) consegna ai posteri il ritratto probabilmente più genuino dell'uomo che viene salutato come l'ultimo patriarca del capitalismo italiano: un lavoratore indefesso, prima ancora che un imprenditore visionario. «La mia regola è sempre stata solo una: diventare il migliore», confidava del resto lo stesso 87enne, cresciuto nell'orfanotrofio dei Martinitt e divenuto l'uomo più ricco d'Italia.


Leonardo Del Vecchio, dall'orfanatrofio all'impero


Come ci è riuscito? «Tanta passione», ha spiegato Luigi Francavilla, dal 1968 suo braccio destro e amico fidato, malgrado la rispettosa abitudine di darsi del lei. Ma soprattutto tantissima fame. «Eravamo una famiglia molto povera, mia mamma vedova, io l'ultimo di quattro fratelli. E poi è arrivata la guerra», ha raccontato nel libro Del Vecchio, che si chiamava Leonardo come il papà morto prima della sua nascita, emigrante pugliese nella Milano ben lungi dall'essere la città da bere. «Mia mamma era preoccupata. Stavamo tutto il giorno nel cortile delle case minime a giocare con gli altri bimbi. Le vicine si lamentavano perché facevamo confusione. Un giorno mi ha trovato con un taglio sul sopracciglio dopo una caduta e ha capito che era meglio mettermi in collegio». Era il 1942, lui aveva 7 anni. «Era una vita abbastanza dura. C'era poco da mangiare e la scuola si faceva in camerata», ha rammentato sempre nel volume, dopo aver descritto in un video aziendale la malinconia di quei tempi: «L'unico ricordo che ho, ogni tanto, dei sette anni in collegio è la tristezza di quel posto». Il ragazzino sentiva «la lontananza dalla famiglia», così sua madre chiese di revocare l'affido: «La sottoscritta Rocco Grazia vedova Del Vecchio rivolge rispettosa domanda affinché venga dimesso definitivamente dall'istituto il figlio Del Vecchio Leonardo». In tasca non più della licenza di terza media, in testa già il proposito di un pronto riscatto: «Certo, quell'esperienza, una volta uscito dal collegio, pesava, ma la lezione ricevuta rappresentava un atout per affrontare meglio le difficoltà».


Del Vecchio, gli inizi, la gavetta


Eccolo allora garzone alla milanese Johnson, piccola ditta produttrice di medaglie e coppe, dove lo chiamavano sbrigativamente Fioeu ( «All'epoca non sapevano neanche il tuo nome»), ma intanto ne notavano le capacità, al punto da indurlo ad iscriversi ai corsi serali per incisori all'Accademia di Brera. Il pranzo della gavetta? L'odorosa zuppa cucinata dalla madre, però senza mai piangersi addosso, anzi: «Anche di fronte alla schiscetta di cavolo, ho sempre pensato di essere un privilegiato per la passione che avevo dentro e per l'enorme voglia di fare». Poi negli anni Cinquanta il trasferimento in Trentino per un posto da stampatore, l'amore con Luciana Nervo, il ritorno all'ombra della Madonnina, la nascita dei figli Claudio, Marisa e Paola, il doppio lavoro di giorno da dipendente e di notte in proprio, terzista di minuteria metallica anche per l'occhialeria. E pure per la Metalflex, fondata a Venas di Cadore da Francesco Checchi Da Cortà con i fratelli Elio e Vittorio Toscani, che gli proposero di aprire insieme una fabbrica.


La nascita di Luxottica


Così nel 1961 sorgeva Luxottica, sul terreno offerto gratis dalla Comunità montana agordina, nel tentativo di combattere lo spopolamento montano. L'unica agevolazione della sua carriera imprenditoriale, la prima intuizione della sua vocazione finanziaria: un'accomandita che dava ai soci bellunesi la maggioranza delle quote, senza però poter condizionare la gestione ordinaria dell'impresa, che in sessant'anni avrebbe visto il valore dell'investimento personale di Del Vecchio crescere da 500.000 lire a 25 miliardi di euro. Un gigante di statura globale, diventato il primo produttore mondiale di montature per occhiali da vista e da sole, al culmine di una lunga galoppata nelle praterie dell'industria veneta e della finanza meneghina, fra marchi come Ray-Ban e Oakley, collaborazioni con Giorgio Armani e Mark Zuckerberg, manager quali Andrea Guerra e Massimo Vian fino al sodalizio con Francesco Milleri. Pionieristica l'esperienza nel welfare aziendale, con le prestazioni sanitarie specialistiche, la palestra interna, le borse di studio per i figli del personale, le 140.000 azioni regalate agli oltre ottomila addetti per i suoi 80 anni. Leggendarie le feste di Natale attorno allo stabilimento: in cucina lo chef stellato Davide Oldani, sul palco le stelle della musica internazionale, da Laura Pausini a Robbie Williams.

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La vita privata, mogli e figli


Oltremodo schivo nel parlare di sé («Ho sempre detto di no a tutti quelli che mi chiedevano di raccontare la mia storia spiegava a Ebhardt. In questo Paese, se diventi ricco passi per essere un ladro»), Del Vecchio ha inevitabilmente fatto parlare di sé gli altri. Per i matrimoni, ad esempio, sia personali che imprenditoriali. In seguito al divorzio dalla prima moglie, l'industriale ha sposato due volte Nicoletta Zampillo (da cui ha avuto Leonardo Maria), prima e dopo l'unione con Sabina Grossi (con cui ha messo al mondo Luca e Clemente).

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L'eredità di Del Vecchio

In tutto sei figli, tra i quali verrà ora ripartito in quote uguali il 75% della holding Delfin, mentre il restante 25% andrà alla consorte Nicoletta. Non meno clamorose sono state le nozze fra Luxottica ed Essilor nel 2017: un'aggregazione da 50 miliardi di euro, che ha fissato in Francia la sede per una società quotata alla Borsa di Parigi, anche se a comandare è sempre la cassaforte della famiglia Del Vecchio.


Più o meno lo schema che l'87enne avrebbe voluto replicare nella finanza, sciogliendo il legame fra Mediobanca e Generali, per far spiccare un salto dimensionale al Leone di Trieste, con un'acquisizione o una fusione. Quell'opera è rimasta incompiuta, ma Del Vecchio non ha mai perso la voglia di combattere, nemmeno quando l'ombra della recessione si allungava dietro la pandemia: «Essere grandi vuol dire farsi carico di grandi responsabilità, verso le persone ma anche verso tutte le aziende del mercato. Da questa crisi ci salveremo solo se ne usciremo tutti». Compresi quegli imprenditori, pur partiti con lui, da cui lo distingueva un particolare, così sintetizzato nella sua biografia: «Loro si sentivano arrivati quando si sono potuti permettere l'appartamento al mare, a Jesolo. Io non mi sono mai stancato di andare avanti». Finché avanti c'è andato fino in fondo, in una stanza dell'ospedale San Raffaele all'inizio di una nuova settimana, l'appuntamento che per una vita ha dato a tutti quelli che bussavano alla sua porta in cerca di un impiego: «Hai voglia di lavorare? Allora vatti a fare il libretto di lavoro e presentati lunedì mattina per cominciare».

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Ultimo aggiornamento: 1 Luglio, 17:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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