Cortina. Kristian Ghedina: «Le Olimpiadi del 2026 sono un'occasione d'oro»

Lunedì 1 Novembre 2021 di Edoardo Pittalis
Cortina. Kristian Ghedina: «Le Olimpiadi del 2026 sono un'occasione d'oro»

Kristian Ghedina è Cortina. Adesso che si parla delle Olimpiadi del 2026 lo chiamano e lo cercano come se fosse testimonial dei Giochi. Basta scrivere Ghedina, Cortina; il portalettere non sbaglia. È l'identificazione dello sport invernale in una grande realtà sportiva che dopo di lui non ha avuto nuovi assi. È lo sci alpino, come lo era stato il leggendario Eugenio Monti, il Rosso volante del bob. È anche la montagna, come lo era stato Lino Lacedelli che era scappato di casa a 14 anni per arrampicarsi sulle Cinque Torri e a trenta era sul K2 per entrare nel mito. 

Oggi Ghedina ha 52 anni, vive con la compagna Patty Auer, ex sciatrice, e il figlio. A 15 anni ha perso la madre, maestra di sci, in un incidente in montagna. A trenta ha rischiato di morire in autostrada. Resta nell'albo d'oro degli assi dello sci azzurro (3 medaglie iridate, 13 gare di Coppa del mondo), discesista tra i più forti al mondo; capace di saltare l'avvallamento alla sua maniera, a gambe larghe, fuori dalle regole, ma non dallo spettacolo. Poi è passato dagli sci alle auto da corsa con la stessa voglia di vincere. Ha anche una scuola di sci a Cortina, con la Compagnoni, Piller Cottrer e Kratter: «Si tratta di una cosa grande, tanto da riuscire a sopravvivere alla crisi per la pandemia. L'anno scorso non abbiamo fatto niente, ora i vaccini hanno aperto un cancello enorme sulla strada della normalità». Se gli domandate quale è stata l'emozione più forte della sua vita, la risposta può sorprendere: «Non c'è vittoria che tenga rispetto ad essere padre, a vedere tuo figlio nascere e crescere. Ho un figlio di 13 mesi, Natan, un nome palindromo. Sta provando a camminare e incomincia a farsi capire. Mi sono rincoglionito seguendo le sue espressioni».


Siete contenti a Cortina per come sono state definite le prossime Olimpiadi?
«Forse delusi un pochino perché si sperava di prendere tutto qui lo sci alpino, quello maschile e quello femminile, invece il maschile va a Bormio. Ma siamo soddisfatti, quello che conta è che l'Olimpiade ha un nome preciso: Milano-Cortina! Già quel treno che è arrivato coi mondiali, pur con i problemi legati alla pandemia, ha dato una bella boccata d'aria all'economia di tutta la montagna. Ora bisogna completare le opere». 


E le polemiche per la pista di bob?
«I lavori per fare la pista occorrono e qualche albero devi sacrificarlo. Si deve avere il giusto rispetto per la natura, ma non capisco l'esasperazione. A Cortina il bosco continua tranquillamente ad avanzare, l'erba e le piante crescono, non ci sono più pascoli. Quando ero piccolo, da casa mia si vedeva solo prato; davanti avevo il trampolino olimpico per il salto, c'è ancora il muro, ma oggi sotto il dente è tutto alberi. Il bosco continua a scendere e mi sembra una bella cosa. Bisogna aprire un po' gli occhi sulla realtà e saper decidere. Sono il primo a dire che Cortina deve conservare il suo ambiente, la sua montagna. Non si deve esagerare in nome del turismo e dello sport, ma nemmeno ignorarli».


Quando ha capito che lo sci era la sua passione?
«Il merito è di mia madre Adriana maestra di sci, la prima donna della scuola di Cortina, e questo la rendeva orgogliosa nei confronti di tanti che erano convinti che lo sci fosse una professione esclusivamente maschile. Io come pulcino praticavo l'hockey anche perché mio padre Angelo era il presidente dell'Hockey Club. Lo sci mi è piaciuto subito, sono sempre stato un po' scalmanato, in questo assomigliavo a mia madre. Col senno di poi, dico che inseguivo tutto ciò che mi dava adrenalina, senza sapere cosa fosse l'adrenalina».


Tutto così facile per il figlio della maestra di sci? 
«Ho fatto la trafila, fino a 14 anni non ero una promessa e ai campionati nazionali sono andato solo come riserva. Ma a 15 anni, quando devi scegliere, molti abbandonano davanti ai sacrifici. Conta la famiglia, mio padre mi ha aiutato a crescere perché non ha fatto pressione, anche se considerava lo sport un'avventura e pensava che non sarei andato lontano. Ero anche cresciuto fisicamente e in un anno ero già in Nazionale. Proprio nel giorno in cui potevo essere felice, ho perso mia madre: è morta sul Cristallo, in un incidente sugli sci. Quel giorno dovevo esserci anch'io».


Allora la sua vita è cambiata?
«Mio padre non aveva nemmeno 40 anni ed è rimasto vedovo con tre figli. Doveva badare a una casa e a un'attività commerciale bene avviata col negozio di lampadari e la ditta di elettricità. Era un uomo severo, ti guardava e tu sapevi cosa voleva. Mi concesse tre anni di prova, in cambio mi obbligò a una vita da professionista, mi svegliava ogni mattina alle sei, il sabato sera se tardavo a rincasare veniva a cercarmi. I risultati sono arrivati, a vent'anni ho festeggiato la mia prima vittoria importante. L'anno prima avevo vinto la Coppa Europa ed ero entrato nella squadra A».


Cosa è accaduto in quella stagione?
«Tutto: sono salito sul podio nella Coppa del Mondo il 3 febbraio 1990. È la mia vittoria, a Cortina, davanti alla mia gente: la stampa diceva che ero il nuovo fenomeno. La stagione successiva in gara secca ai Mondiali in Austria ho ottenuto la mia prima medaglia: l'argento in combinata. Sembrava che niente potesse fermarmi, invece il destino non è come nello slalom o nella discesa: quando ti si para davanti non puoi né schivarlo né saltarlo a gambe larghe come facevo io. Il 7 aprile, mentre andavo a fare una gara, ho rischiato la vita: stavo correndo forte sulla Torino-Milano, quando è scoppiata una gomma. Non ricordo nulla, sono rimasto in coma farmacologico per tre giorni, avevo fratture e un edema cerebrale assorbito. Mio padre ha avuto paura che non mi risvegliassi. Ho ripreso lentamente, temevo di non poter più tornare allo sci, ma dopo grandi sacrifici a novembre ero di nuovo in Nazionale. Per tornare sul podio ci sono voluti più di tre anni, nella stagione 1994-95 ho iniziato di nuovo a vincere ed è stato un crescendo sino al 2000, con grandi risultati. L'ultima vittoria è del 2002 e l'ultimo podio nel 2004, avevo 35 anni e qualche problema alla schiena, mi sono ritirato dopo le Olimpiadi di Torino. Ho pensato che fosse il momento giusto per uscire, ero ancora il decimo nel ranking mondiale e il miglior italiano nella mia specialità. Non è stato facile, ma è stato giusto. Con un rimpianto: non ho mai vinto un mondiale e nemmeno una medaglia in cinque Olimpiadi. Ma ero il più vecchio sciatore della storia!».


A quel punto ha cambiato sport, dagli sci al volante 
«Avevo la passione delle automobili, ma mio padre non mi ha mai comprato neppure un motorino e quando ho avuto la prima macchina ha deciso lui: una Passat, tedesca, grossa, potente. Ed è stata una fortuna perché ha retto ai colpi nell'incidente. A darmi una mano per entrare nel nuovo mondo è stato Alex Zanardi con i suoi contatti con la BMW che, grazie a lui, mi ha finanziato il campionato di F3. La sera stessa della conferenza stampa per l'addio allo sci, sono partito per la prima gara ufficiale in Francia: mi sono presentato vestito da pilota. Il mio sponsor era la Redbull che aveva tratto una pubblicità incredibile dalla mia spaccata. A quel punto ho chiesto consiglio ad Alex e a Patrese che è un caro amico, entrambi mi hanno messo in guardia dai rischi altissimi. Ma era una possibilità che si presenta solo una volta nella vita e non volevo lasciarmela sfuggire. Ho fatto bene, un'esperienza esaltante, ho corso sei anni col team Morellato, anche con una Porsche Supercup. Continuo e sono contento, ho il mezzo a disposizione ma non ho la possibilità di un allenamento costante: devo andare a Castelletto di Branduzzo vicino a Pavia, da Cortina sono 900 chilometri tra andata e ritorno. L'ultima gara della stagione è a metà novembre a Misano, sono settimo in campionato su 30 macchine. Non è poi così male!».

Ultimo aggiornamento: 2 Novembre, 08:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA