Incendio alla pizzeria per incassare l'assicurazione: «Mi ha detto che agiva su commissione»

Venerdì 6 Maggio 2022 di Davide Piol
La pizzeria "Mordi e fuggi" di Pieve di Cadore dopo l'incendio

PIEVE DI CADORE - Lei e Laritonda avete mai parlato dell’incendio? «No». Nel 2017, ai carabinieri, aveva però raccontato che in un’occasione le aveva confessato di essere coinvolto nel rogo della pizzeria "Mordi e Fuggi" di Pieve di Cadore, che in una notte dell’aprile 2017 scosse mezzo paese. «All’inizio diceva di non c’entrare nulla. Poi mi ha per così dire confessato che gli era stato commissionato dal titolare del locale Alessandro Piccin». Silvia Baldovin, che fa la pizzaiola da Flaminio, a Domegge di Cadore, è uno dei testi chiave del processo “Mordi e fuggi”. Nonostante la difficoltà nel ricordare i fatti e la sua «apatia» (come l’ha definita un avvocato in aula) nel rispondere alle domande del pm, Baldovin conosceva quasi tutti gli imputati ed era la confidente numero uno di Laritonda. 

IL PROCESSO
Sono 5 le persone che secondo la procura, nella notte del 24 aprile 2017, avrebbero cosparso di benzina i locali interni della pizzeria “Mordi e fuggi”, dandogli poi fuoco per l’assicurazione (ciascuno con ruoli diversi). Si tratta del 41enne Luigi Zanettin (avvocati Massimo Montino e Piero Longo), il 62enne napoletano Giuseppe Lauro (avvocato Giulia Munerin), il 45enne reo-confesso Fabio Laritonda (avvocato Francesco Fontana), il 25enne di Brindisi Pasquale Ferraro (avvocato Francesco Monopoli) e il 46enne titolare della pizzeria Alessandro Piccin (avvocato Jenny Fioraso). Laritonda era uno dei clienti fissi della pizzeria “Flaminio” e proprio lì è nata l’amicizia con Silvia Baldovin. È stata quest’ultima ad aiutarlo con le faccende domestiche (cane e spesa) quando lui si trovava in carcere e ai domiciliari. 

LA TESTIMONIANZA
E tra una visita e l’altra scappavano le confidenze. Ad esempio quella sulle chiavi della pizzeria andata a fuoco: «Erano la sua garanzia – ha spiegato la pizzaiola – “Con queste posso buttare tutti a mare” mi aveva detto. Ricordo che dopo il suo arresto, il fratello Massimiliano mi aveva chiesto se sapessi dove aveva messo queste chiavi ma non me l’aveva mai confidato». Ma perché le chiavi erano così importanti? «Dicevano che era l’unica cosa che potesse scagionare Lauro. Massimiliano mi aveva addirittura chiesto di scrivere una lettera al fratello (in carcere, ndr) per farsi dire dove le aveva messe». C’è poi la storia del bonifico. «Laritonda mi aveva dato circa 500 euro – ha continuato Baldovin – chiedendomi di fare un bonifico a una persona pugliese che non conoscevo, ma non l’ho mai fatto perché non avevo con me i documenti. Quando poi ho saputo a chi erano diretti mi sono arrabbiata». Laritonda, fermo ai domiciliari, voleva ricompensare il papà di Pasquale Ferraro, il giovane rimasto ustionato a seguito dell’incendio. «Ferraro – aveva confidato Laritonda alla pizzaiola – si è avvicinato troppo con l’accendino e gli è scoppiato addosso». I due si conoscevano perché il 25enne pugliese era arrivato da poco a Domegge in cerca di lavoro e viveva a casa di Laritonda. 

GLI ALTRI “PROTAGONISTI”
Ma Silvia Baldovin conosceva anche il tassista Lauro - la cui figlia ha sposato il fratello di Fabio Laritonda - e l’aveva chiamato diverse volte per spostarsi da un posto all’altro della provincia, oltre che per andare a trovare Ferraro in ospedale. «Laritonda – ha detto la pizzaiola – non mi ha mai parlato di un compenso a Lauro per avere accompagnato lui e Ferrero quella notte Forse in un’occasione aveva detto che lui, cioè Lauro, i soldi se li era presi». Zanettin, conosciuto con il soprannome di “Proietti”, non era un cliente della pizzeria ma faceva parte dei racconti di Laritonda. Così come Piccin, mai visto di persona ma anche lui alla ricerca sfrenata delle chiavi del locale a seguito dell’incendio. 

SFILATA DI TESTIMONI
Ieri mattina, in tribunale a Belluno, sono stati ascoltati anche la mamma di Silvia Baldovin che portava la spesa a Laritonda (mentre era ai domiciliari) e un collega di quest’ultimo che non ha però aggiunto molto alla vicenda, se non il fatto che spesso gli dava un passaggio per andare al lavoro e poi per tornare a casa. Specificando di non averlo mai lasciato al bar Henry contrariamente a quanto aveva raccontato Laritonda («Scendendo dal lavoro, c’eravamo fermati al bar Henry per prendere una busta dal Zanettin con cui pagare le cure a Ferrero»). Si torna in aula il 7 luglio.

Ultimo aggiornamento: 11:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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