Crisi Ideal Standard: fra sei giorni la sentenza per i 500 lavoratori

Venerdì 22 Ottobre 2021 di Lauredana Marsiglia
Il presidio dell'Ideal Standard

BORGO VALBELLUNA - «Pretendiamo certezza nelle decisioni, diteci cosa deve accadere nello stabilimento di Trichiana». Risuonano ancora senza una risposta le parole, rilasciate in questi giorni, dall’assessore regionale al lavoro, Elena Donazzan, nell’affrontare il caso Ideal Standard di Trichiana, ulti stabilimento della multinazionale rimasto in Italia. La storica azienda, nata come Ceramica Dolomite ed acquisita poi al gruppo Ideal Stardard, attiva nel settore della ceramiche da bagno, impiega oggi 500 persone, “residuo” di tagli immani fatti nel tempo. Una fabbrica resistita finora anche grazie all’impegno dei lavoratori che di tasca loro hanno investito 170 euro per ben cinque anni al fine di rinnovare gli impianti. Ma oggi lo scenario è tornato a farsi cupo. Molto cupo, in barba a quel sacrificio economico.


Lo spettro di una possibile chiusura si è materializzato dopo la fine del lockdwon, nella primavera scorsa, quando la multinazionale apre per ultimo il sito di Trichiana. Il calendario di ripresa del gruppo, infatti, mette in fondo la lista lo stabilimento trichianese adducendo, secondo fonti sindacali, a problemi di mercato dovuti al lockdown. 
Vengono aperti subito invece gli stabilimenti di Sevlievo (Bulgaria) e Teplice (Repubblica Ceca) e poco dopo anche Rugeley (Inghilterra). In fondo alla lista Trichiana la cui ripartenza viene fissata al 29 giugno. 
Scatta da qui l’allarme dei sindacati e dei dipendenti che da quel momento proclamano uno stato di agitazione chiedendo ripetute spiegazioni al gruppo, controllato dal fondo di investimento australiano Anchorage.
Pochi mesi fa viene svuotato anche lo storico marchio Ceramica Dolomite, vanto nel mondo della produzione italiana. Viene bloccata anche la produzione dei cosiddetti “no logo”. Ma Trichiana continua a sfornare linee di altissima qualità nel settore, tanto da essere utilizzate nei catologhi, negli show room e nelle pubblicità. 
I sindacati si confrontano più volte con la proprietà, anche in sede di Confindustria, ma non esce mai la risposta su quale sarà il futuro di Trichiana. Da oltre un anno chiedono un piano industriale che però non arriva mai. Il timore è che si voglia delocalizzare in paesi con un costo del lavoro più basso. Una vecchia storia, purtroppo, che ha svuotato il Paese delle sue maggiori produzioni, impoverendo il tessuto industriale e occupazionale. La prossima tappa per capire cosa ne sarà di Trichiana, è in agenda per il 27 ottobre con una convocazione al Ministero dello Sviluppo economico sui cui tavolo pendono decine e decine di crisi aziendali che dilaniano il Paese da nord a sud.
E poco conta che per il Veneto Ideal Standard abbia una rilevanza strategica e simbolica, soprattutto perché il mercato dei sanitari è in crescita. Ma come per Acc, che di operai ne occupa altri 300, l’industria di Borgo Valbelluna, nata sulla spinta data alla ricostruzione post-Vajont, sembra ormai arriva ad un declino inesorabile. Scioperi, proteste, confronti, sacrifici dei lavoratori non hanno portato a nulla. Tutto scivola via in un disegno evidentemente più grande. Anche per Ideal, come per Acc, si pensa ad una possibile cessione dello stabilimento ad un marchio concorrente nel caso si materializzasse la sventurata prospettiva di fuga della Ideal Standard verso altri lidi produttivi, meno oneresi di quelli italiani. Ed è singolare che tutto questo avvenga con ben due ministri originari proprio di quel comune, ovvero Federico D’Incà e Daniele Franco, ovvero colui che ha in mano le finanze.

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