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Don Mario Bisaglia, a 30 anni di distanza resta il giallo sulla morte nel lago. I dubbi del giudice Schiavon

Venerdì 12 Agosto 2022 di Angela Pederiva
Don Mario Bisaglia, a 30 anni di distanza resta il giallo sulla morte nel lago

È come se fosse domani sera: all'imbrunire del 13 agosto, don Mario Bisaglia riceve una misteriosa telefonata, mentre si trova nella Casa del Clero di Rovigo. L'indomani il sacerdote prende il treno per Padova, dove cambia in direzione di Calalzo, dopodiché di lui non si saprà più nulla fino alle 20 del giorno 17, quando verrà rinvenuto senza vita nel lago di Centro Cadore, morto in acqua come suo fratello, l'ex ministro democristiano Antonio, otto anni prima. Ne sono passati esattamente trenta dal giallo del 1992, ma ancora serpeggiano i dubbi sul caso all'epoca archiviato come annegamento (da suicidio o incidente), una causa di decesso esclusa un decennio più tardi dalla riapertura dell'inchiesta, che però a sua volta è stata chiusa senza indagati.

I SOSPETTI
A rilanciare i sospetti su una verità diversa da quella ufficiale è Giovanni Schiavon, già presidente del Tribunale di Treviso, che nel tempo libero si diletta a rileggere le carte dei cold case. «Mi procuro copia dei documenti originali e li studio per finalità puramente storiche», premette il magistrato in pensione. Ecco allora i dati, e le stranezze, messi in fila dall'ex giudice. L'improvvisa partenza per la montagna, in una mattina in cui alla stazione ferroviaria di Rovigo vengono venduti solo due tagliandi per Calalzo di Cadore: quello di don Mario non gli verrà trovato addosso (alla pari della maglia polo scura, con cui pure viene visto dal bigliettaio), l'altro è acquistato da una persona non meglio identificata. Sul cadavere vengono invece recuperati un sasso di forma irregolare nel risvolto della giacca, 850.000 lire nel portafoglio, l'orologio con datario fermo alle 18.58 del giorno 16, la carta d'identità infilata in un calzino. «Quest'ultima è un'abitudine che può avere un carcerato, non un prete», dice Schiavon.

LA PERQUISIZIONE
L'esito dell'autopsia propende per un'asfissia da annegamento, fatta risalire a circa ventiquattr'ore prima del ritrovamento della salma. Il 18 agosto arriva alla sede Rai di Venezia una chiamata anonima, in cui un uomo riferisce quanto visto la sera prima insieme alla fidanzata sulla riva del lago cadorino: un'auto da cui scendono due persone, che prendono qualcosa di voluminoso dal bagagliaio e lo gettano nello specchio d'acqua. Scatta la perquisizione nella stanza di don Bisaglia alla Casa del Clero. Ci sono tutte le agendine vecchie, in cui il sacerdote annotava meticolosamente nomi, numeri di telefono, indirizzi e appuntamenti, ma non quelle dal 1988 in poi, tanto che nemmeno addosso gli viene trovata l'ultima. «È molto strano, visto che don Mario non se ne separava mai», annota Schiavon.

LE CONFESSIONI
Comunque sia per il fascicolo viene disposta l'archiviazione. «Temo che a Belluno ci sia stata un po' troppa fretta dice l'ex giudice così come a Chiavari c'era stata molta superficialità, dopo che Toni Bisaglia nel 1984 era annegato a Santa Margherita Ligure, ufficialmente dopo una caduta dal panfilo della moglie causata da un'onda anomala: basti pensare che il decesso venne refertato dal medico legale per arresto cardiaco, come se potesse esserci una morte senza che il cuore smetta di battere... Insomma credo che le due vicende dovrebbero essere lette insieme, viste anche le perplessità che don Mario nutriva sulla fine del fratello, uno dei tanti misteri della Prima Repubblica». Il riferimento è alle due confessioni in cui l'anziano avrebbe prima appreso da un penitente e poi a sua volta riferito ad un sacerdote alcuni dettagli che l'avrebbero turbato molto. Poteva forse trattarsi di quelle novità che il religioso aveva annunciato di voler rivelare dopo Ferragosto ai giornalisti Carlo Brambilla e Daniele Vimercati, poi autori del libro Gli annegati?

LE DIATOMEE
È quello che avrebbe voluto sapere anche Raffaele Massaro, nel 2003 sostituto procuratore a Belluno, quando ha aperto la seconda inchiesta sul caso. «Era arrivato un esposto racconta ora l'ex inquirente, andato in quiescenza da consigliere della Corte d'Appello di Trento in cui un tale affermava di essere l'autore della famosa telefonata a don Bisaglia del 13 agosto 1992. Lo convocai per sentirlo, ma le sue erano più congetture che altro. A quel punto però decisi di disporre altri accertamenti». A cominciare da una consulenza sulle carte dell'esame autoptico, dalle quali l'anatomopatologo Renzo Barbazza deduceva già che la morte non era avvenuta per annegamento, bensì per soffocamento. «Causa che venne ribadita anche all'esito della seconda autopsia ricorda l'ex pm che feci effettuare nel 2004, dopo l'esumazione del cadavere, per fortuna mummificato. Questo ci consentì di prelevare diversi campioni di tessuti da varie parti del corpo, utili anche per una consulenza sulle diatomee, alghe che solitamente sono presenti nei corpi delle persone annegate. Ebbene non ce n'era una. Scartato l'annegamento, ho escluso l'ipotesi del suicidio: rimanevano l'omicidio e il fatto naturale».
IL SEGRETO
Cioè, in alternativa al delitto, un soffocamento avvenuto per una pura disgrazia, con annessa caduta nel lago del corpo ormai esanime? Massaro sorride: «Mi sono fatto la mia idea, ma non me la sento di renderla pubblica, perché alimenterei solo fenomeni di sciacallaggio, senza disporre dei necessari riscontri oggettivi che all'epoca ho cercato tanto. Ho percorso tutte le strade investigative possibili, compresa la pista molto interessante della confidenza di don Mario all'amico prete, il quale però mi oppose il segreto confessionale. Riuscii a farmi dire soltanto che quelle rivelazioni avevano a che fare con il fratello Antonio e che non si trattava di semplici opinioni, bensì di dati di fatto, ma nel merito non mi venne svelato nulla. Andai anche a Chiavari, per confrontarmi con i colleghi sull'altra inchiesta, ma non emerse niente. Certo, i dubbi restano, per esempio sulla mancanza dell'ultima agendina e sulla carta d'identità nel calzino, come se qualcuno avesse voluto far sapere che quel morto era don Mario Bisaglia...».
L'EPIGLOTTIDE
Mario Testa, avvocato di Padova, è il nipote dei Bisaglia e non ha mai creduto all'ipotesi dell'omicidio. «Al tempo racconta feci il riconoscimento della salma e parlai con gli inquirenti. Il corpo non aveva segni di violenza, solo un livido sulla fronte, tipico di chi si butta nel lago a testa in giù. Mi venne spiegato che non c'era acqua nei polmoni perché si era rovesciata l'epiglottide. Sono ragionevolmente sicuro che mio zio si è suicidato. Soffriva sul piano fisico e psicologico, il contraccolpo della morte di Toni era stato molto forte. Dopo trent'anni in famiglia lo ricordiamo come una persona di grande umanità e intelligenza, un oratore eccellente e un prete empatico, che purtroppo stava attraversando una fase delicata della sua vita. Tutto il resto sono solo fantasie».
Angela Pederiva
 

Ultimo aggiornamento: 13 Agosto, 08:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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