Il geologo della Protezione civile: «Accadrà ancora, nel Bellunese tante situazioni da monitorare»

Lunedì 11 Ottobre 2021 di Alessia Trentin
Il geologo Rocco Mariani

BELLUNO - Da che mondo è mondo, le montagne franano. È una legge eterna e i geologi che oggi guardano lassù a quota 2400 metri, alla Croda Marcora del gruppo del Sorapis dove sabato si è distaccato un pezzo di roccia, non se ne stupiscono troppo. Quello che oggi si può fare è calcolare, studiare, sondare, prevedere e contenere i danni. Supportare l'atavica paura della gente con sistemi di allarme e di monitoraggio. Ieri Rocco Mariani, geologo della direzione Protezione civile della Regione Veneto, ha compiuto un sopralluogo in elicottero sopra il versante franoso, ci tornerà anche nei prossimi giorni, ma da terra. I dati raccolti verranno esaminati, confrontati e dai calcoli si cercherà di capire se tutto il materiale franato, si parla di circa 50 mila metri cubi, potrà essere raccolto e potrà confluire lungo il canalone.
Il problema, si sa, non si esaurisce con il botto, con la caduta del materiale. Quando il tonfo è terminato iniziano gli studi per capire se il fronte è ancora instabile e dove mettere i detriti perché l'accumulo di materiali a terra, che poi con le piogge possono propagarsi, è molto pericoloso. «La prospettiva da qui a dieci anni nel Bellunese? Non si può dirlo, non si riesce davvero a prevedere con certezza quale sarà l'evoluzione di questi fenomeni spiega Mariani -, ma una cosa è nota e sicura: le montagne si formano e poi l'erosione causata dagli agenti atmosferici le riporta ad essere colline».

TIPOLOGIA

Quello di San Vito è un crollo di roccia, una tipologia di smottamento del tutto imprevedibile, a differenza di altri. Il periodo più insidioso è quello delle piogge che, nel Bellunese, significa la gran parte dell'anno. Solo l'inverno mette in qualche modo al riparo dai fenomeni franosi perché il terreno, ghiacciato, tiene. Vaia poi, si sa, ha aggravato il tutto acuendo le difficoltà di un territorio fragile. «La roccia delle Dolomiti è come le altre prosegue il geologo -, intendo dire che non è particolarmente friabile o franosa. Le degradazioni dipendono da vari fattori, primo tra tutti la pioggia. L'acqua si infiltra nelle spaccature della roccia e il materiale si stacca. Di situazioni da monitorare in provincia di Belluno abbiamo solo l'imbarazzo della scelta».
Da Cancia a Rudan agli smottamenti lungo la 251 in territorio zoldano. Ma oggi gli strumenti per difendersi ci sono, sistemi di monitoraggio e procedure di emergenza permettono l'evacuazione in anticipo della popolazione e nuove tecnologie sono allo studio nelle università.

VARIABILE

Ed è bene così, perché il fenomeno di certo non si arresterà, anzi, il cambiamento climatico è quella variabile non prevista i cui effetti si stanno vedendo oggi. «Nel sopralluogo di ieri abbiamo verificato dall'alto dov'è finito il materiale conclude Mariani e abbiamo cercato di capire se potrebbe mobilizzarsi altro volume. Siamo ancora nella fase preliminare, per cui nei prossimi giorni definiremo meglio cosa abbiamo visto e faremo anche dei sopralluoghi a terra. È importante un ragionamento approfondito sulle capacità dei canali di accogliere il materiale depositato e come questo potrebbe propagarsi durante le piogge, anche nell'eventualità di nuovi distacchi».
 

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