Il primario di rianimazione: «Una guerra, in 40 anni di lavoro non ho mai visto una cosa del genere»

Venerdì 20 Novembre 2020 di Olivia Bonetti
Il primario Federico Innocente
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BELLUNO -«Non è un lavoro programmato: è un po' come andare al fronte di una guerra». In 40 anni di lavoro nelle Terapie intensive il primario di Anestesia e Rianimazione di Feltre, Federico Innocente, non aveva mai visto quello che sta accadendo ora, in una pandemia. Ma tranquillizza: al Santa Maria del Prato, nella vecchia Rianimazione al padiglione Dalla Palma riattivato sabato, non c'è il rischio saturazione.
Come funziona un reparto di Terapia intensiva Covid? 
«I turni di assistenza sono complicati: i dispositivi di protezione limitano i movimenti, c'è molto caldo e alla fine del turno il personale esce completamente bagnato dal proprio sudore. Rispetto alla prima ondata, i pazienti non sono tutti ventilati al 100%, o intubati. C'è una ventilazione meno invasiva, niv (Non Invasive Ventilation): casco, maschera o altri flussi. Abbiamo 7 posti letto, 3 occupati, ma in caso di necessità abbiamo un programma fatto dalla Regione che prevede l'ampliamento a 15. Ma in quel caso il problema sarebbe il personale: per 6 posti letto ci vogliono 5 infermieri a turno, mattina, pomeriggio e 4 di notte. E la media di degenza di un paziente Covid in terapia intensiva è di 3 settimane».
Qualcuno è guarito?
«Posso dire che, nel nostro piccolo campione, abbiamo dimesso due pazienti in questa seconda ondata. L'età media di chi viene da noi è tra i 70 e gli 80 anni. Il dato della mortalità è cambiato rispetto alla prima ondata: ora è sotto il 3%». 
Che tipo di farmaci usate, come curate? 
«L'anticoagulante, cortisone: i farmaci nelle linee guida linea sono abbastanza ristretti, dal punto farmacologico. In primavera si usava anche l'antimalarico ora il plasma iperimmune, che viene usato però a carattere sperimentale e viene inserito in determinati protocolli».
Nella sua esperienza una cosa del genere l'aveva mai vista? 
«No, ha valenze nuove: sono 20 anni che si parla del fatto che ci sarebbe stata una pandemia. C'era stata la Sars, ma è stata meno contagiosa. In quello che stiamo vivendo la paura della diffusione c'è, quando si ha a che fare con una persona positiva. Ma se ci si protegge con tutti i dispositivi adatti non si prende. I contagi, lo dicono i dati, avvengono prevalentemente fuori».
Come ci si abitua a tanto dolore e disperazione? 
«Quando in generale i pazienti vanno male, c'è sempre un vissuto psicologico da parte del personale. In Rianimazione il vissuto dei pazienti è del tutto particolare, anche quando non sono sedati. Nel caso di pazienti Covid avendo bisogno di essere ventilati in maniera aggressiva, il lato relazionale resta in un vissuto inconscio».
Come è cambiato il progetto Rianimazione aperta?
«I famigliari non possono più venire fisicamente, ma c'è un contatto continuo telefonico con il medico. Inoltre, in casi estremamente difficili, se un paziente va molto male e se il famigliare chiede di vederlo di persona prima della fine cerchiamo di farlo entrare, ovviamente tutto viene fatto in condizioni di sicurezza totali». 
Il paziente che l'ha colpita?
«Il primo caso che abbiamo avuto. Una paziente con una complicanza chirurgica che si è positivizzata: poi è andata bene. È passata proprio ieri l'altro a salutarci: le ho chiesto cosa si ricordasse, era stata lasciata cosciente, ma aveva solo un ricordo vago, non negativo comunque. Le esperienze in Rianimazione sono sgradevoli e difficili da superare, ma anche questo è soggettivo».
Come è cambiata la sua vita?
«Dal punto di vista delle coperture dei turni non è stato necessario ricorrere a dei tour de force. Sul piano personale è comunque un vissuto difficile da organizzare, che ogni giorno presenta delle necessità di cambiamenti andando verso un'incertezza di fondo. Si va avanti senza sapere cosa succederà tra un mese, e c'è un forte lato emotivo. Non è un lavoro programmato di routine: è un po' un fronte di guerra. Ma al di là delle difficoltà stiamo tenendo le cose con controllo»
Cosa direbbe a chi nega il virus?
«Se uno ha una convinzione è impossibile dimostrargli che ha torto: quindi non direi nulla, se poi stanno male li vedremo in ospedale». 
Olivia Bonetti
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Ultimo aggiornamento: 12:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA