Il grido dei maestri di sci: «Non abbiamo lavorato nemmeno un'ora e siamo mille»

Martedì 2 Marzo 2021 di Federica Fant
Maestri di sci in ginocchio: perdite al 100%
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BELLUNO I maestri di sci del Veneto dicono addio alla stagione invernale, che per loro non è mai partita. Danni al 100%. Ma soprattutto «si è capito che la montagna senza gli impiantisti e senza i maestri di sci non può vivere. In una situazione del genere il destino è l’inesorabile spopolamento». Parole dure, ma lucide del presidente del Collegio regionale dei Maestri di sci, Luigi Borgo. Gli occhi dei 15.000 maestri di sci d’Italia, di cui 1500 in Veneto di cui un migliaio solo nella provincia di Belluno ieri erano puntati sulla bozza del nuovo Dpcm, che entrerà in vigore dal 6 marzo. Essa mortifica gli impianti di risalita destinandoli a non aprire fino al 6 aprile, data di scadenza del decreto. Aprire la stagione invernale in primavera? Già pensarlo è un controsenso. Questo ulteriore rinvio significherebbe il definitivo addio alla stagione invernale 2020/2021 che non ha mai avuto inizio.

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IL PRESIDENTE
Luigi Borgo, il presidente regionale dei maestri di sci, esprime una riflessione che traduce i sentimenti dei tanti iscritti al Collegio. «La cosa più tragica – esordisce – è che siamo stati per partire ben cinque volte». E poi elenca le date senza esitare: quattro dicembre, sette gennaio, diciotto gennaio, quindici febbraio, venticinque febbraio e ora sei aprile «a stagione finita», precisa. «Siamo stati tra i professionisti che non hanno potuto lavorare neanche un’ora», prosegue. Borgo parla di un «danno al 100%, un danno totale». A chi li paragona agli albergatori il presidente del Collegio regionale Maestri di Sci ricorda come «loro hanno potuto almeno cucinare a pranzo, a noi non è stato concesso neanche di portare un allievo alla volta». Se i maestri dello sci da fondo qualcosa hanno potuto affrontare, per i colleghi di snowboard e di sci alpino è tutta un’altra storia. E ora si aspettano qualcosa dallo Stato: «Un ristoro, un indennizzo». 


IL LAVORO
E pensare che, nonostante non abbiano mai lavorato, si sono dovuti preparare, studiare le normative per lavorare negli impianti in tempo di pandemia. Si sono scritti i protocolli, organizzati in tutti i modi. Hanno comprato i dispositivi di sicurezza e quant’altro per poi un nulla di fatto. «Siamo stati illusi per sei volte, ci è stato imposto di non lavorare a una manciata di ore dall’avvio». Inaudito. E oltre tutto con un’annata di neve pazzesca. Come non se ne ricordavano da tempo. E con i Mondiali di sci a Cortina d’Ampezzo, per giunta. «L’unica cosa sicura – fa notare con forza Luigi Borgo – è che questa situazione ha fatto capire a molti che senza gli impianti la montagna non sopravvive». E con gli impianti tutto l’indotto, maestri di sci compresi. «Senza gli impianti – riprende Borgo – la montagna è destinata a spopolarsi ulteriormente, viene a mancare la ragione per continuare a viverci». Il 5 aprile per iniziare con la stagione invernale sa un po’ da presa in giro. «Era già tardi a metà febbraio – sottolinea il presidente del Collegio -, ma si sarebbe riaperto per lanciare un messaggio, per dare un segnale concreto. Invece niente». 


LA REALTÀ
In provincia di Belluno i maestri di sci sono un migliaio e da qualche tempo, da febbraio 2020, hanno preso caso alla prestigiosa “sala De Luca” di Borgo Prà. La targa che hanno apposto all’ingresso fa capire, da sola, la filosofia che li ispira: «I maestri di sci aprono questa casa, antico luogo di lavoro e cultura ove passione e pensiero per lo sci e il suo magistero vivranno». L’ex opificio nel quartiere di fabbri, pellai e marangoni ha guardato al futuro. Per l’operazione di acquisto dagli eredi del mecenate bellunese, Francesco De Luca, e successiva ristrutturazione, il Collegio ha sborsato di tasca propria, senza alcun sostegno economico pubblico. Eppure dallo scorso febbraio, dopo l’inaugurazione all’aperto (per le norme anti contagio) i maestri non hanno più potuto praticare il loro mestiere. 

Ultimo aggiornamento: 09:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA